lunedì 16 giugno 2025

Capitolo 9 - "Tra sogno e realtà"

Avete mai sentito parlare di congelamento emotivo? Si tratta di una condizione per cui, dopo un trauma, il cervello sviluppa un meccanismo di difesa atto a proteggere una persona dal dolore.
A me è capitato. Il lutto che ho subito da bambina mi ha congelato i ricordi, tanto che i primi dieci anni della mia vita sono avvolti nella nebbia più fitta.
Il problema, però, è che questo meccanismo si ripresenta, puntuale, ogni volta che vivo un'emozione troppo intensa, anche se questa è positiva.
Proprio come quando ricevetti la primissima copia di Tutta colpa di New York.

Arrivò in una shopper bag con la stampa dedicata, che non ho mai avuto il coraggio di usare per paura di rovinarla.
Ricordo a malapena di averlo guardato in silenzio, di aver fatto qualche foto per i social e di averlo riposto nella mia libreria.
Fine. Niente lacrime di gioia, saltelli di felicità o giri di videochiamate per mostrarlo a tutti.
Bello schifo, eh? Sogni una cosa per tutta la vita e quando finalmente si realizza nemmeno te la godi come si deve... 😕
La stessa cosa successe quando il romanzo approdò in libreria.
Mia sorella pianse quando andò a comprarlo. Lei, capite? Il mio compagno, che mi portava a fare il giro delle librerie appositamente per vederlo sugli scaffali, lo prendeva e lo apriva, tutto gasato, nella speranza che qualcuno notasse la mia foto in quarta di copertina e mi riconoscesse.
E io? Silenzio.
"Ma non sei contenta?", mi ripetevano di continuo.
Certo che lo ero... forse troppo! E proprio per questo ero incapace di mostrarlo, restando lì ad assistere a quel successo come se stesse capitando a qualcun altro.
Le copie del mio romanzo erano in vetrina alla Feltrinelli: ci rendiamo conto?! C'erano gli espositori pieni da Giunti, i totem alla Mondadori, i cartelloni nelle altre librerie.
Pura fantascienza, per me.
Nonostante la felicità, preferii prendere ogni cosa con estrema razionalità: le posizioni alte in classifica, la prima ristampa, i commenti entusiasti delle lettrici, la notizia che sarei stata tradotta in Polonia...
Mi ripetevo che era meglio restare con i piedi ben piantati a terra, perché a cadere dal piedistallo ci vuole un secondo.
E poi, in fin dei conti, avevo già ottenuto ciò che volevo. Non mi serviva altro.
So che può sembrare strano, ma io non ho mai cercato la gloria. Non mi interessa essere al centro dell'attenzione; anzi, mi mette a disagio. Fin da ragazzina, quando sognavo di fare questo mestiere, ho sempre detto di voler diventare una scrittrice non famosa. Volevo che i miei romanzi lo fossero, non io. Quello che mi premeva era arrivare al cuore dei lettori, regalando a quante più persone possibile un mondo alternativo e confortevole in cui rifugiarsi nei momenti di bisogno.
Ma se per me era sufficiente scrivere, non avevo fatto i conti con le aspettative altrui.
Iniziarono a chiedermi di partecipare a dirette, rispondere a interviste, organizzare presentazioni, prendere parte a iniziative pubbliche 😰
Un sogno a occhi aperti, per qualcuno.
Per me era un incubo.
Finché si trattava di rispondere a delle domande via email, tutto ok. Ma metterci la faccia e parlare in pubblico? Gesù... Avrei preferito aprire una botola sul pavimento della mia camera e rinchiudermi lì sotto a tempo indeterminato.
Iniziai con il rifiutare le presentazioni: avevo ancora dell'ansia accumulata dall'esame orale di maturità, dove per poco non svenivo davanti alla commissione. Non ce la potevo fare.

Neanche un mese e mi dissero che c'era la possibilità di andare a Roma, nella sede della Rai, per un programma radiofonico.
Impiegarono un bel po' a convincermi, e accettai solo per tre motivi:
1) il programma era registrato e, alla peggio, avrebbero potuto rimediare a un'improvviso attacco di balbuzie, tagliando tutto;
2) temevo di deludere l'editore;
3) essendo in radio, gli ascoltatori non mi avrebbero vista in faccia.

Andai a Roma, andata e ritorno in giornata. Prima tappa: casa editrice. Conobbi dal vivo tutte le persone per le quali stavo lavorando, e mi chiesero di posare per delle foto da postare sui loro canali social.
Per inciso, quelle foto non uscirono mai. La spiegazione che mi diedi? Semplice: ero orrenda!
So di non essere fotogenica: il mio sorriso diventa una paresi appena qualcuno dice "cheese".

Dopo lo "shooting" andammo in Rai.
Era assurdo essere lì, in una sede che di solito vedi solo in tv. Avrei dovuto essere euforica, e invece... Che fatica, ragazzi! Mi sentii un pesce fuor d'acqua per tutto il tempo!
Il programma radiofonico lo presentava Lorella Cuccarini, il mio idolo di ragazzina: bella, simpatica, alla mano. Era esattamente come la vedevi in televisione. E io ero talmente intimidita che quasi non le rivolsi la parola, le strinsi solo la mano.
Il mio intervento durò pochi minuti, per fortuna, ed ero così ansiosa al pensiero di impappinarmi che quasi non respiravo, pur di restare concentrata su ciò che stavo dicendo.
Di ritorno a Genova, nemmeno io pubblicai le foto che fecero durante la puntata, perché mi sembrava brutto associare la mia faccia a quell'esperienza incredibile.

Le famose foto della mia prima
intervista Radio.
Parliamoci chiaro: avevo scelto uno pseudonimo proprio per non mischiare la scrittrice con la persona. Non volevo che tutti vedessero la ragazza banale, poco brillante e neanche particolarmente bella che ero in presenza. La vera me, quella di cui andavo fiera, si poteva trovare solo dentro le pagine dei miei romanzi. Non era necessario contaminarla con una realtà deludente per tutti.
Se tra le pareti di casa, dalla mia famiglia, mi ero sentita rivolgere gli insulti più disparati, cosa potevano pensare di me dei perfetti estranei, senza l'affetto a placarli?
Meglio non pensarci e non rischiare.

Insomma, non me lo sono vissuto troppo bene questo inizio di carriera, non sembra anche a voi? 🙈

Per fortuna, passato il primo mese, le acque tornarono a essere tranquille.
Era ormai Natale, e a giugno sarebbe uscito il mio secondo romanzo. Credevo di avere un po' di tempo prima di essere catapultata di nuovo in mezzo al caos, invece non fu così.
Mi chiesero di scrivere, infatti, una breve novella che facesse da ponte tra Tutta colpa di New York e il libro successivo.
Della serie: battere il chiodo finché è caldo. Il mio nome doveva continuare a girare, dovevo dare alle lettrici qualcos'altro da leggere nell'attesa del secondo volume della trilogia.
A quanto sembrava, sei mesi di silenzio tra un libro e l'altro potevano essere deleteri.

Nonostante l'ansia di dover scrivere "per forza" qualcosa in breve tempo, riuscii a farlo.
La novella uscì il 3 aprile 2014 con il titolo "In amore tutto può succedere".
Pubblicare novelle solo in ebook era una novità, in quel periodo, e non tutti accolsero la cosa positivamente. Anzi, alcuni si lamentarono in modo piuttosto acceso: non trovavano giusto che chi leggeva solo in cartaceo non potesse avere l'opportunità di avere quel breve extra di una storia che a loro era piaciuta così tanto.
Ricordo che rispondevo a tutti spiegando che non era necessario possedere un ebook reader per leggerla, ma bastava un computer o un telefonino (ossia gli stessi strumenti che stavano usando per lamentarsi, lasciando commenti al vetriolo sui social e sui blog), ma per qualcuno si trattava proprio di una questione di principio e non volevano scendere a patti con quella nuova moda.
Naturalmente, addossavano la colpa a me e minacciavano di non leggermi più... Come se io avessi potere decisionale sulle scelte editoriali!
Fu un primo assaggio di ciò che mi aspettava, e mi colse del tutto impreparata.
Avevo sognato per così tanto tempo di far parte di quel mondo! Ma dietro la facciata scintillante c'era molto altro, e non tutto era bello e pulito come avevo ingenuamente sperato.
Ero una novellina che credeva ancora alle favole... ma l'impatto con la realtà era lì, a un passo da me. E presto avrei dovuto aprire gli occhi.

Di questo, però, ne parleremo a tempo debito 😉

A presto, 
Cassie 💜

lunedì 9 giugno 2025

Capitolo 8 - "Dietro le quinte di un sogno".

Avete presente quelle persone decise, che sanno sempre quello che vogliono, come ottenerlo e su quale nuovo progetto stimolante si butteranno subito dopo?
Ecco: non mi somigliano per niente.
Io sono più il tipo di persona che si fa mille seghe mentali prima di prendere una decisione, stila liste dei pro e dei contro, calcola al millesimo le probabilità di fallimento e prova ad anticipare le proprie reazioni in base a qualunque possibile scenario le si presenti davanti.

Fin da piccola ho ricevuto una serie di insegnamenti che, nonostante gli sforzi fatti per non prenderli alla lettera, si sono piantati come chiodi nella mia testa:
  • Non fidarti di nessuno.
  • Le cose che sembrano troppo belle per essere vere, di solito sono fregature.
  • Autocompiacersi è sbagliato: sempre, comunque e in ogni ambito.
Alla luce di ciò, secondo voi, come mai potevo reagire di fronte alla proposta di contratto di una casa editrice, che avrebbe realizzato un sogno e mandato a monte tutte le errate convinzioni della mia famiglia in un colpo solo?
Pensando di rifiutare, ovviamente! 🙈
Proprio così: anziché godermi quel fantastico risultato e sbatterlo in faccia a tutti al grido di "Ce l'ho fatta, ho sempre avuto ragione io, pappappero!", ho iniziato ad aver paura e a chiedermi:
  • Posso fidarmi di questa casa editrice?
  • È tutto troppo bello per essere vero. Dove sta la fregatura?
  • Se accetterò di firmare il contratto, come lo comunicherò alla gente? Sbandierare i propri successi non è carino... penseranno che me la tiro?
Capite? Ero a un passo dal traguardo e ho pensato di fermarmi. Si può essere più stupidi di così?
Per fortuna, qualche santo in paradiso mi ha fermata dal fare una sciocchezza e mi ha fatta rinsavire quasi subito, convincendomi a firmare.
Da quel momento, regnò il caos.

Ricordo un continuo scambio di email, che durò per mesi. C'erano persone da conoscere (editor, correttori di bozze, ufficio diritti, ufficio stampa, addetti al marketing...), documenti da firmare, file da inviare. Avevano voluto, a scatola chiusa, anche gli altri due romanzi della serie, perciò dovevo mettermi d'impegno per terminarli entro un lasso di tempo ragionevole.
Per un attimo tremai: non avevo mai scritto niente "per forza", tanto meno con una scadenza ad alitarmi sul collo. E se mi fossi bloccata di nuovo? Se non fossi riuscita a soddisfare le loro richieste nei tempi previsti? Avrei solo dimostrato che fare la scrittrice era ben diverso dal sognare di esserlo. Forse non faceva per me...
Stranamente, invece, non ebbi problemi. Anzi, scoprii che sottopressione rendevo meglio.

A giugno, entrambi i romanzi erano finiti: pazzesco per una che era stata bloccata per quasi quattro anni, eh?
In attesa di iniziare il mio primo editing, mi misi a scrivere un nuovo racconto per l'ormai famoso blog che aveva segnato il mio battesimo di fuoco come scrittrice, e con il quale collaboravo ancora. Intitolai quella storia "L'alba nei tuoi occhi"... ed ero a un passo dal consegnarla alle blogger, quando scoprii che non potevo farlo senza prima avere una liberatoria firmata. Il contratto mi obbligava a far valutare all'editore ogni cosa che scrivevo e che intendevo rendere pubblica.

Banale esempio di scaletta
Fu allora che realizzai di essere entrata in una nuova fase della mia creatività. Ora, tutto ciò che scrivevo aveva un potenziale valore: non si trattava più di scrivere solo per me stessa.
Il mio approccio alla scrittura cambiò di conseguenza, fin dalla fase di stesura. Non potevo più perdere tempo con storie campate per aria, dovevo imparare a progettare e fare in modo di mandare in valutazione qualcosa che fosse già quasi pronto per un'eventuale pubblicazione.
A venirmi in soccorso furono le scalette, croce e delizia di ogni scrittore. Qualcuno le considera la tomba della spontaneità, altri non scrivono una parola senza prima aver delineato la storia fin nei minimi dettagli.
Io mi colloco esattamente nel mezzo.
Costruireste mai una casa senza le fondamenta? No, se non volete che crolli tutto alla prima folata di vento, giusto?
Una scaletta ben fatta serve esattamente a questo: ti aiuta ad avere le idee chiare su dove collocare i muri portanti della storia, per assicurarti che tutto funzioni a dovere. Avere una visione d'insieme della trama ti permette di non sprecare tempo con buchi o problemi improvvisi a metà stesura - eventualità che causerebbe una sicura battuta d'arresto.
In corso d'opera, poi, tutto può sempre cambiare: sono i personaggi a dettare legge (per quel che mi riguarda, almeno). Ma la struttura di base resta. E se regge quella, sei a metà dell'opera 😉
Tornando al racconto, comunque, l'editore accettò di farlo pubblicare al blog, e la storia di Lexie e Chris ebbe davvero un buon riscontro.
Un anno dopo, venne inserito nell'antologia "Baci D'estate", e in seguito venduto singolarmente in ebook, con il titolo di "Un amore all'improvviso".

E Clover e Cade? 
Beh, loro erano stati ufficialmente ceduti, ormai. Non erano più solo miei: il loro destino, per la prima volta, era in mano a qualcun altro.
Fu una strana sensazione, all'inizio: sono molto gelosa delle mie cose. Ma il pensiero di vederli arrivare in libreria faceva passare tutto in secondo piano.
La nuova edizione era stata programmata per l'autunno, e avrebbe avuto un nuovo titolo: non più "Il regalo più bello" ma "Tutta colpa di New York".
Prima, però, c'era un problema da sistemare: era troppo corto.
Mi dissero di allungarlo di almeno 60000 battute, e poi di metterlo a norma facendo attenzione ad alcune cose: il "POV", lo "Show, don't tell", i "cliffhanger", il "climax"...
Riuscite a immaginare la mia faccia?
Era più o meno così...   👇
Lo dico non senza un pizzico di vergogna: ero davvero ignorante in materia. Non mi ero mai soffermata sulla tecnica, prima di quel momento. A pensarci bene, ancora oggi non so dirvi come ho imparato a scrivere, l'ho sempre fatto d'istinto! E sono la prima a stupirmi del risultato, ogni volta. 😅
Di conseguenza, sbattere la faccia sulle mie mancanze mi fece sentire inadeguata al mio nuovo ruolo, ma mi spinse a mettercela tutta per colmare le lacune. Quando mi sarebbe ricapitato di avere la possibilità di imparare tutte quelle cose sul campo? Dovevo fare tesoro di ogni parola.
Ero cresciuta con le voci della gente che mi ripetevano: "Scrivere non è un vero lavoro!". Invece, altroché se lo era! E io ero decisa a svolgerlo al meglio.

Perciò scrissi tre nuovi capitoli e, guida alla mano, misi a norma tutto il testo.
Poi fu la volta dell'editing vero e proprio. Un'esperienza che ricordo ancora oggi: a tratti dura, sfiancante, capace di mettere alla prova pazienza e sicurezza. Ogni mia frase veniva analizzata; criticata, se necessario. Ma quante cose mi ha insegnato! Ho imparato a guardare ciò che scrivevo con occhio più attento, a mettere in discussione il mio stile, a notare gli errori, a non dare niente per scontato. Certi consigli li metto in pratica ancora adesso, in automatico.

Dopo un paio di settimane, il romanzo era finalmente pronto per il Visto Si Stampi.
La prima bozza di copertina!
A quel punto, fu la volta della cover: non nego di aver pianto come una fontana quando me la inviarono. Non mi importò che la ragazza in copertina avesse i capelli neri anziché rossi (poi feci notare la cosa, e vennero modificati), né che accanto a lei ci fosse un albero in fiore al posto di un albero di Natale (su quello, invece, non ci fu margine di trattativa).
Andava bene tutto, perché quella copertina, con il mio nome, la mia faccia e una frase a effetto sulla fascetta che recitava "Romantico come Notthing Hill, divertente come la Kinsella!" sarebbe finito sugli scaffali di tutte le librerie... e prima di quanto pensassi!
Sarebbe uscito, infatti, il 7 novembre 2013.
Praticamente a un anno esatto dall'inizio della prima stesura💗

A ottobre mi arrivò la primissima copia del libro.
Volete sapere come ho reagito?
Ve lo dirò sicuramente... ma non oggi! 😝

Intanto, che ne pensate? Vi siete mai chiesti cosa c'è dietro la pubblicazione di un romanzo? Volete che ne parli in un altro post, approfondendo alcuni dettagli tecnici? Fatemi sapere se avete curiosità specifiche e vedrò di rispondere a tutte.

A presto, 
Cassie 💜

lunedì 2 giugno 2025

Capitolo 7: "Il regalo più bello".

Chi non ha mai pensato, almeno una volta nella vita, a quanto sarebbe bello avere una fata madrina con la bacchetta, o una lampada magica da cui far uscire un genio?
È umano desiderare di essere aiutati, avere qualcuno che faccia il lavoro sporco per te. Nel mio caso specifico, la casa editrice era la mia lampada di Aladino: io ci mettevo il desiderio - il romanzo - e loro lo esaudivano - portandolo sugli scaffali delle librerie.
Ma le lampade magiche non ti piovono dal cielo. Quindi che si fa?
Beh, o si aspetta ancora... o ci si improvvisa geni.
È così che ho fatto io, quando il mio primo romanzo è stato rifiutato dagli editori.
Proprio in quel periodo stava iniziando a prendere piede il fenomeno del self publishing, grazie alla piattaforma "Kindle Direct Publishing" di Amazon. Sui social lo vedevo nominare spesso e così iniziai a tenerlo d'occhio. Solo per curiosità. Prima dovevo liberarmi dal blocco che ancora mi teneva prigioniera.

Come anticipato, siamo a novembre del 2012 e io già mi preparavo a godere dell'atmosfera natalizia. E a rimanere delusa da essa, come ogni anno.
Cosa mi aspetto dal Natale non lo so nemmeno io. Un po' di neve, magari, o un regalo che mi sorprenda e non esca fuori direttamente dalla lista che spaccio ai parenti; oppure una vigilia passata in casa, con la famiglia riunita e in armonia, anziché il solito ristorante, i sorrisi di circostanza e i regali scambiati nel parcheggio, di fretta, prima di mezzanotte 😑
Ma io ci spero sempre, eh! Puntuale come un orologio, a metà novembre inizio a tirare fuori i miei maglioni natalizi, i cerchietti con le corna da renna, le lucine e le decorazioni, preparandomi a vivere il Natale dei miei sogni.

Quell'anno, le prospettive erano più pietose del solito. Ma io, dopo tanta sofferenza, avevo davvero un estremo bisogno di credere in qualcosa.
Solo l'immaginazione mi poteva aiutare.
Decisi, quindi, di provare a scrivere una storia natalizia e creare da me l'atmosfera perfetta.
Avevo una mezza idea che mi frullava in testa: un'amante del Natale, ottimista e allegra, e un vicino che aveva perso la gioia di godere delle piccole cose. La sentivo convincente, perciò iniziai a ragionarci sopra, provando a costruire una vita intorno a quelle due figure evanescenti.
Lei poteva essere una maestra, oppure una tata. Lui un poliziotto, uno di quelli che hanno visto troppe cose brutte per pensare di apprezzare due stupide lucine colorate.
Li chiamai Jane e Daniel, ossia i nomi dei personaggi del libro rifiutato dagli editori. Ma loro non sembravano molto d'accordo...

Ora vi dirò qualcosa che suonerà pazzoide: io comando la mia creatività solo fino a un certo punto. I personaggi che finiscono tra le pagine dei miei romanzi, sembrano dotati di vita propria, e se non li ascolto, non capisco subito chi sono, cosa vogliono fare o, banalmente, come si chiamano... loro si rifiutano di collaborare! 😖
E quindi no, quei due non erano soddisfatti della vita che gli stavo cucendo addosso. Risultato? Tracciavo due righe sul foglio, e cancellavo. Ci riprovavo, e niente. Qualunque nome o professione scegliessi per loro, non andava bene.
Tornare a scrivere sembrava improbabile. Solo un miracolo poteva aiutarmi.

Successe mentre facevo la spesa.
Avevo un quadrifoglio nel portamonete e lo vedevo ogni volta che prendevo dei soldi. In inglese si chiama "four-leaf clover".
Clover... Mi sembrò un nome pazzesco, strambo al punto giusto e di buon auspicio. Perfetto.
Il trifoglio è anche un simbolo dell'Irlanda, quindi scelsi un cognome di origini irlandesi. Clover O'Brian... suonava bene! E poi era adattissimo ai capelli rossi che la ragazza aveva, e su quel dettaglio non si transigeva.

non badate all'outfit ridicolo,
concentratevi sui capelli che
avevo in quel periodo 😏
Adesso dovevo pensare a lui.
Naturalmente biondo e con gli occhi azzurri: lo dovevo all'uomo che mi era apparso in sogno, restituendomi un po' di speranza. Ma non voleva essere un poliziotto, e non voleva essere salvato dalla ragazza. La sua missione era un'altra.
Clover era ottimista, solare e piena di positività, ma sotto sotto era sola, incompresa, guardata dalla sua famiglia come se fosse un'aliena. E anche se si faceva in quattro per essere al di sopra delle critiche, e non aveva nessuna intenzione di snaturarsi per elemosinare un po' di approvazione, sotto quella maschera batteva il cuore fragile di una ragazza che aveva bisogno di essere vista, amata e apprezzata per ciò che era.
Era lei quella che aveva bisogno di vivere una favola.
Regalarle un vero principe mi sembrava eccessivo. Ma magari una star...
Ed eccolo lì: Cade Harrison, il principe di Hollywood!

Di colpo, tutta la loro storia era nella mia testa.
Iniziai il romanzo la seconda settimana di novembre e dopo poco più di un mese era finito.
Mentre scrivevo, i personaggi secondari iniziarono a parlarmi, ansiosi di ricevere la mia attenzione, e capii che quello non sarebbe stato un libro singolo, ma il primo di una trilogia.
Le voci erano tornate nella mia testa! Lo so, suona folle, ma per me era la sensazione più bella del mondo.
Finalmente non ero più sola.

Ora dovevo solo decidere cosa farne: metterlo in un cassetto e accontentarmi della gioia di aver scritto di nuovo un libro intero? O tentare con il self, in cui continuavo a imbattermi ogni volta che entravo sui social?

Optai per l'ultima.
Non mi aspettavo nulla, volevo solo capire: gli editori avevano rifiutato il romanzo precedente perché non era valido, o ero io a non valere un soldo come scrittrice? Funzionavo solo per brevi racconti, o ero in grado di catturare l'attenzione dei lettori anche con una trama più articolata?
Il self mi avrebbe dato delle risposte. Se fossero state negative, ci avrei messo una pietra sopra e mi sarei accontentata di tenere la scrittura come hobby.

Così provai. Lo revisionai da sola, preparai una copertina e lo misi online il 22 dicembre. La cover non era perfetta, tantomeno l'impaginazione, ma ormai ero in ballo e dovevo ballare.
Lo intitolai "Il regalo più bello", non solo per la trama, ma anche perché tornare a scrivere era stato il mio regalo più bello, quell'anno. E lo firmai con il nome di Cassandra Rocca, perché Cassandra era tutto ciò che sentivo di voler essere.

Pochi giorni dopo ero in top 100 su Amazon, alla posizione 71. Sotto di me, alla 72, c'era Judith McNaught, il mio idolo.
Immaginate la mia faccia nel vedermi sopra di lei! 😱
Il mio sogno era di condividere gli scaffali della libreria con lei e con Nora Roberts (altra autrice che amo follemente), ma essere insieme a loro nelle classifiche digitali andava bene lo stesso. Avevo già vinto.

E poi, tre settimane dopo, entrai su Amazon per controllare se avevo venduto qualche nuova copia, come facevo ogni mattina...
E mi vidi lassù: prima nella sezione "romanzi rosa".

Non capivo come fosse possibile. Io non mi pubblicizzavo sui social, mi vergognavo a inserire la mia umile favoletta in mezzo alle sponsorizzazioni di autrici più in gamba di me. E in famiglia lo sapevano solo in due: mia sorella e il mio compagno. Non lo avevo detto a nessun altro, perché non avrei sopportato sguardi derisori o di pietà qualora fosse stato un flop clamoroso.
E allora come ho fatto ad arrivare lassù?
La parola magica è: Passaparola.
La gente lo leggeva, lo apprezzava e ne parlava, convincendo altre persone ad acquistarlo. Quella era la chiave: nessuna operazione di marketing, solo lettori che avevano voglia di consigliarlo, anche se ero una perfetta estranea e non facevo tendenza.

E poi che è successo?
Beh, a metà gennaio, proprio a causa di quel primo posto in classifica, iniziarono ad arrivare le prime attenzioni serie.
Mi contattarono in tre: un piccolo editore e due case editrici importanti.

La mia reazione? Non quella che tutti si aspetterebbero... Ma vi spiego meglio cosa intendo nel prossimo capitolo 😜

A presto,
Cassie 💜

lunedì 26 maggio 2025

Capitolo 6 - "Una lucina (di Natale) nel buio".

L'onestà è sempre stata, per me, una virtù fondamentale. Odio le bugie.
Credo derivi dalla mia infanzia e dalla prima volta che mi accorsi che mi stavano mentendo.

Quando mia madre morì, non ce lo dissero subito: volevano proteggere me e mia sorella, suppongo. Io, però, lo avevo capito e continuavo a mettere tutti alla prova, nella speranza che mi dicessero la verità. Non sopportavo di essere presa per stupida.
Fu allora che sviluppai una sorta di rifiuto verso tutto ciò che è finto o che urta la mia intelligenza. Il che valeva sia per le cose serie, che per le sciocchezze... come la storia di Babbo Natale che porta i doni nella notte 😅
Avevo beccato i miei a mettere i regali sotto l'albero, quindi sapevo la verità già da un pezzo. Mia sorella, invece, non lo aveva ancora capito. Avevo tenuto il segreto per un po', ma dopo quanto era successo ero in fase "giustiziere della verità"... Perciò così decisi che non fosse giusto lasciarla vivere nella menzogna: le confessai tutto e distrussi le sue illusioni infantili 🙈 (scusa, sorellina!).

Questo atteggiamento sembrerebbe in pieno contrasto con quello che poi è diventato il mio rifugio per eccellenza, ovvero la fantasia.
In realtà, non è così.
La fantasia non nasconde, né mente: accende una luce laddove le bugie e le delusioni cercano di spegnere ogni speranza.
È così che ho sempre scritto i miei romanzi: non ho mai voluto vendere illusioni. Il mio intento è sempre stato quello di creare mondi in cui sincerità, amore e bellezza possano esistere senza compromessi, plasmando ciò che nel mio cuore sento profondamente vero.

Il blocco dello scrittore che stavo attraversando derivava proprio da questo: non credevo più a niente. La vita mi stava mostrando solo cose negative, togliendomi ogni illusione e facendomi rassegnare all'idea che le cose belle potessero succedere solo nei libri.
Ergo, i libri erano bugie, e io me le stavo raccontando da sola.

Ma quando sognai quell'uomo biondo che mi abbracciava, qualcosa dentro di me iniziò a ribellarsi. Era come se il mio subconscio volesse farmi capire che la mia fantasia e la capacità di credere in qualcosa di bello erano ancora lì da qualche parte, nascoste sotto strati di spazzatura emotiva. E io dovevo tirarle fuori a tutti i costi, se volevo tornare a vedere il mondo a colori.

Mi piacerebbe dirvi che tornai subito a scrivere, ma non fu così. Ero ancora in pieno blackout. Però avevo voglia di immergermi di nuovo nei miei romanzi precedenti, forse nella speranza di risvegliare le emozioni che avevo provato scrivendoli.
La prima storia che tirai fuori dal cassetto fu proprio "Un amore da romanzo"... e lì mi accorsi che la carta stava iniziando a rovinarsi a causa dell'umidità, rendendo l'inchiostro illeggibile in più punti.
Presi anche quello come un segno: il mio "mondo interiore", l'unica parte piacevole della mia vita, stava sbiadendo.
Non potevo permetterlo.
Così comprai il mio primo computer. E lo scelsi rosa: il colore che volevo ridare alla mia anima.

Trascrissi i miei romanzi più importanti su pc, e quel semplice gesto mi portò a focalizzarmi di nuovo su trame, dialoghi, personaggi. Avere il testo su un file rendeva tutto più semplice: spostare intere scene, rendere un capitolo più fluido, modificare i dialoghi... il tutto senza dover inserire fogli voltanti tra i quaderni o riscrivere tutto da capo.
Avevo sempre creduto che scrivere a mano fosse più intimo, più istintivo, ma iniziai pian piano a cambiare idea: usare il computer era più pratico, più veloce e meno dispendioso.
Imparai a usare i programmi di scrittura e smisi di fare ricerche sulle location usando l'enciclopedia. Con internet potevo fare di meglio, come camminare virtualmente per le strade di una città che non conoscevo! Era a dir poco incredibile! Avevo il mondo a portata di mano.

La tecnologia divenne così la mia migliore amica: mi iscrissi a Facebook, entrai in alcuni gruppi dedicati ai libri e iniziai a frequentare diversi blog.
Due di questi - "La mia Biblioteca Romantica" e "Immergiti in un mondo...rosa" - che cito anche nei ringraziamenti del mio primo romanzo - erano frequentati da molte autrici italiane, e parlare con chi era riuscita a trasformare la propria passione per la scrittura in un lavoro mi dava speranza, riavvicinandomi ai miei vecchi sogni di gloria.
Fu proprio il blog "La mia biblioteca romantica" a darmi l'occasione di mettermi alla prova per la prima volta.
In quel periodo - siamo a novembre del 2011 - organizzavano una rassegna di racconti romantici da pubblicare sotto le feste, e l'invio era aperto a tutti.
Decisi di provarci: presi uno stralcio tratto da "Un amore da romanzo", lo trasformai in un racconto di Natale e lo inviai.
Ricordo ancora i commenti delle lettrici, quando venne pubblicato: erano tutti bellissimi! 😍

Commenti sotto un mio racconto, sul blog
"Immergiti in un mondo... rosa!"
Ero davvero felice. Non solo perché la storia e i personaggi erano piaciuti, ma soprattutto per i complimenti al mio modo di scrivere: quella era la cosa che mi importava di più.

Sulla scia dell'entusiasmo, iniziai a pensare che fosse giunto il momento di provare sul serio a realizzare il mio sogno.
In fondo, cosa avevo da perdere? Avevo già smesso di scrivere: ricevere un rifiuto non poteva fare più danno di così.

Revisionai accuratamente "Un amore da romanzo" e, a marzo del 2012, lo inviai a ben tre editori.
I tempi di attesa per una risposta – ammesso che arrivasse – erano di circa sei mesi: un'eternità, per chi aveva appena riposto tutte le proprie speranze nelle mani di perfetti estranei. Ma solo l'idea di aver fatto un passo concreto verso la realizzazione del mio progetto, mi ridiede un po' di forza.

Mentre aspettavo, ci furono altre rassegne di racconti per i blog, sempre con esiti molto positivi, finché non capitai su un sito legato a una rivista di scrittura, la Writers Magazine, sulla quale davano consigli agli scrittori emergenti. Lì scoprii che il fondatore della rivista, Franco Forte, stava raccogliendo brevi racconti d'amore da pubblicare su un'antologia.

Decisi di buttarmi, e fu una vera sfida: le battute richieste erano pochissime, e il massimo della sintesi che ero riuscita a scrivere in vita mia era stato il riassunto della favola di Cappuccetto Rosso in cinque righe. (Ero stata anche l'unica a farlo bene, con tanto di elogio da parte del prof. di lettere😏).
Provai a riadattare qualche vecchia storia, ma nessuna mi convinceva.
Poi, ebbi una folgorazione e scrissi un pezzo di getto. Si intitolava "La farfalla".
Non era un racconto "romantico" nel senso più stretto del termine, ma parlava di libertà, di maturità emotiva. L'uomo della storia paragonava la sua amata a una farfalla, perché lei era - udite udite - una ballerina classica di nome Sophie, che stava per partire per Parigi! (Chissà, magari era la nonna di Nina 😉) (*)
Lo inviai, senza nessuna aspettativa. Inaspettatamente, lo presero.
Era successo davvero: sarei stata pubblicata, su un vero libro da sfogliare!
Non solo: mi ero anche sbloccata. Ok, era solo una paginetta e non un romanzo articolato, ma era pur sempre un inizio.
Il vento stava cambiando, e stava spolverando la mia autostima e le mie speranze. Ero così  presa bene da iniziare a credere che quella benedetta risposta degli editori sarebbe arrivata e sarebbe stata positiva.

Spoiler: non arrivò mai.

Dopo mesi di speranze, dovetti rassegnarmi all'evidenza: il romanzo in cui avevo creduto così tanto non si era rivelato all'altezza di una pubblicazione. 💔
Ero sicura che quei rifiuti mi avrebbero uccisa, dando il colpo di grazia al mio equilibrio già precario. Invece, stranamente, non successe.
Al contrario, iniziai a sentire il bisogno di dimostrare a quei signori che si erano sbagliati di grosso.

Era novembre inoltrato e già si respirava aria di festa. Forse non credevo a Babbo Natale, ma per me il periodo natalizio è sempre stato magico: sarà per l'atmosfera gioiosa (nelle case altrui, eh! Da me sempre e solo liti!), i valori che porta con sé, la musica, i mercatini, le lucine colorate...
Era proprio ciò di cui avevo bisogno: luci, colori e speranza.

La primissima bozza di "Tutta colpa di New York" 💝
Presi carta e penna e decisi che, volente o nolente, avrei scritto qualcosa, anche solo un racconto per la nuova rassegna romantica sul solito blog.
Quel giorno nacque l'idea di base per Tutta colpa di New York🎄
Però no, non era ancora quello che tutti conoscono...
Per arrivare alla libreria, serve almeno un altro capitolo 😉

Se siete curiosi, ci ritroviamo qui la settimana prossima.

E voi che mi dite? Amate il Natale? Credete nel detto "Si chiude una porta e si apre un portone?". Se eravate tra le lettrici di quel mio primo racconto natalizio, battete un colpo 💖

A presto,
Cassie 💜

(*) Per chi non lo avesse letto, il riferimento è al mio ultimo romanzo, "Sotto le Stelle di Parigi".
La nonna di Nina, la protagonista, è una ex ballerina di nome Sophia.
Forse era già nel mio inconscio a quel tempo, chi lo sa? 😊

lunedì 19 maggio 2025

Capitolo 5 - "L'assordante rumore di una pagina bianca".

Immaginate di avere davanti a voi il puzzle della vostra vita, uno di quelli da oltre mille pezzi, così piccoli che solo per separare i bordi dal resto vi viene il mal di testa. Vi ci siete dedicati minuziosamente per giorni, mesi, anni, e iniziate a intravedere la luce in fondo al tunnel.
Poi, di colpo, una finestra si apre e una folata di vento soffia sul tavolo, incasinando tutto.
Ecco, quando mi sono imbarcata nella mia prima relazione sentimentale, mi sono sentita esattamente così.
Ero sempre stata super cauta nel lasciarmi andare all'amore, ma in quell'occasione (non so perché), mi lanciai senza paracadute dall'alto della mia nuvoletta rosa confetto...
E finii dritta sull'asfalto. Di faccia.

Non fu una storia piena di liti o tragedie, sia chiaro. Semplicemente non fu una storia. Eravamo buoni amici, questo sì... ma come coppia non funzionavamo.
Avete presente le Sherbet Homes? Le due case di Santa Monica, una nera e una rosa, sistemate una accanto all'altra?
Ecco, eravamo proprio così: troppa differenza di età, vissuti incompatibili, visioni del mondo diametralmente opposte  e aspirazioni che non si incastravano tra loro.

L'inizio fu decisamente complicato, con una rottura quasi immediata che - con il senno di poi - sarebbe dovuta essere definitiva. Invece, dopo qualche mese, decidemmo di riprovarci. E durò parecchi anni, nonostante tutto, ma sapevamo entrambi che si trattava di un traballante castello di carte.
Non mi servì arrivare alla fine per rendermene conto: mi caddero le fette di prosciutto dagli occhi fin da subito.
La mia visuale della vita cambiò di conseguenza, facendomi concentrare su una realtà di cui ero sempre stata consapevole, ma che forse avevo cercato di ignorare: non conoscevo una sola coppia che vivesse, o avesse vissuto, un amore vero, pulito, equilibrato... degno di un romanzo.
Mio fratello aveva divorziato da poco, le mie sorelle erano invischiate in matrimoni o relazioni che lasciavano alquanto a desiderare, e dei miei genitori ve ne ho già parlato. Poi c'erano le amiche, che trascinavano avanti rapporti per noia o abitudine, e alcune delle famiglie per cui lavoravo, stabili solo di facciata. Perfino mia nonna, con la mente annientata dall'Alzheimer, sembrava ricordare un'unica cosa: il tradimento di mio nonno, avvenuto cinquant'anni prima 🙈
Come avevo potuto essere così ingenua da credere che per me sarebbe stato diverso, che avrei trovato l'amore idilliaco che sognavo?
Forse avevano ragione quelli che denigravano il romance dicendo che illudeva le donne, alzando i loro standard a vette inarrivabili. E io ero la più illusa di tutte, perché non solo lo leggevo, ma lo scrivevo pure!
Pensai che fosse ora di iniziare a essere più realista... e così smisi di leggere romanzi rosa. Ma non di scriverli - o almeno non subito - perché una piccola parte di me restava aggrappata all'idea che amori simili fossero possibili da trovare. E la causa di questa mia convinzione era Danielil mio primo BookBoyfriend.

Era il protagonista di un libro che avevo scritto poco prima di fidanzarmi, intitolato proprio "Un amore da romanzo".
Quel libro incarnava alla perfezione la mia idea di relazione sentimentale, e Daniel era proprio l'uomo dei miei sogni: biondo, occhi azzurri, simpatico, dolce, premuroso... Insomma, perfetto dentro e fuori.
E qui direte: "Ehh, ma dove si trova uno così?". Avete ragione, me lo chiedevo anch'io... Finché non me lo sono trovato davanti.
Ve lo giuro, era pressocché IDENTICO a come lo avevo descritto, e mi lasciò sconvolta vedere in carne e ossa quello che consideravo solo il frutto di una mia fantasia - almeno fisicamente, si intende. Non lo rividi una seconda volta, quindi poteva essere anche uno stronzo patentato, per quel che ne so... ma aveva un sorriso così dolce e dei modi così garbati... 😍
Era stato proprio quell'incontro a mantenere viva la mia sempre più flebile speranza: mi dicevo che se era possibile incontrare uomini come quello semplicemente salendo su un autobus per andare a lavorare, allora tutto era possibile.
Tentai quindi di sfruttare quel ricordo per continuare a scrivere, sperando che rifugiarmi nella fantasia alleggerisse il peso di una realtà tutt'altro che rosea. Ma più passavano i mesi e più mi rendevo conto che qualcosa non andava: le idee c'erano, ma tre quarti di queste non finivano mai sulla carta, e il quarto restante non andava oltre la metà della stesura.
Stavo  perdendo l'entusiasmo.
Decisi allora di scrivere il sequel di "Un amore da romanzo", convinta che la magia di quella storia potesse aiutarmi a ritrovare fiducia e creatività.
In un certo senso funzionò, e i sequel divennero due... quasi tre: un susseguirsi di disgrazie, liti, divorzi, dipendenze e calamità naturali 😖
(Ok, in tutti c'era il lieto fine... ma l'ansia nel mezzo? Vogliamo parlarne?!)

Era ormai palese: la vita reale stava iniziando a contaminare la mia fantasia, trasformando la mia penna rosa brillante in una matita grigio fumo.
Il problema non era più riuscire a rendere verosimile qualcosa che non avevo vissuto, ma cercare di rendere reale, sulla carta, qualcosa in cui non ero più sicura di credere.
La verità è che non serve sperimentare in prima persona ogni situazione, per essere un bravo scrittore: l'immaginazione può colmare i vuoti, se ciò che racconti parte da una base concreta, o in cui credi davvero. Ma se smetti di crederci... beh, a quel punto scrivere diventa puro esercizio stilistico. E allora sì che chi legge si accorge che è tutto finto.

Per farla breve: la mia creatività si affievolì fino a svanire del tutto.
Nonostante gli sforzi, le mie pagine restavano bianche. Dove prima regnava il caos più totale, ora c'era solo uno schifoso encefalogramma piatto.
Per cercare di sbloccarmi, la terapeuta che mi seguiva mi suggerì di provare a scrivere ciò che stavo attraversando. Mettere nero su bianco le mie emozioni mi aveva sempre aiutata, dopotutto.
Decisi di fare un tentativo, ma tenere una sorta di diario segreto a quasi trent'anni non funzionava come quando ero piccola. Dovevo provare a guardare la mia storia da un'ottica diversa.
Trasformai quindi la mia vita in una trama urban fantasy e chiamai la protagonista Cassandra Rocca. Un nome simile a quello vero, ma non reale, così da mantenere il giusto distacco.

Cassie era una ragazza forte, con degli ideali ben saldi e una chiara visione della vita che avrebbe voluto vivere. Ma per raggiungere i suoi obiettivi doveva sfidare le convinzioni errate che la sua famiglia le aveva cucito addosso e tirarsi fuori da una vita che non le apparteneva. Si accorgeva di quanto questo fosse importante solo quando una parte di lei, quella positiva, restava imprigionata in uno specchio, dal quale assisteva impotente al suo alter ego negativo, che faceva a pezzi tutti i suoi sogni semplicemente accontentandosi di una vita mediocre.

Non finii nemmeno quel romanzo, perché il lieto fine mi sembrava pura utopia. E trovare solo tristezza anche tra le pagine di un libro scritto di mio pugno era angosciante.
Trasferire la mia vita su un foglio non mi stava aiutando a vederla in modo diverso, né a capire dove stavo sbagliando: mi stava spingendo ancora più a fondo nel baratro in cui ero lentamente scivolata.
Mi lasciai trascinare giù, tra ansie, attacchi di panico e solitudine. Non avevo più amici, la mia famiglia stava implodendo, nessuno sembrava capirmi. Finii per chiudermi in me stessa, senza sapere a cosa aggrapparmi.

E poi, una notte, sognai un uomo. Anche lui era biondo, attraente, con gli occhi azzurri: somigliava al ragazzo dell'autobus, ma non era lui. Ricordo poco del contesto, ma un dettaglio è impresso a fuoco nella mia mente ancora oggi: il modo in cui mi abbracciava.
In quell'abbraccio c'era tutto ciò che mancava alla mia vita: dolcezza, conforto, protezione.
Al risveglio, mi sentii divisa tra la disperazione di non poter avere accanto quell'uomo e la piccola ma potente convinzione che, dentro di me, ci fosse ancora una fiammella di speranza capace di sconfiggere il buio.

Ancora non lo sapevo, ma quella notte avevo "conosciuto" Cade Harrison 💘

Quanto ci ho messo a realizzarlo? Quasi un anno. Ma il solo fatto che Lui fosse apparso nel mio subconscio diede il via a una sfilza di eventi che, come una valanga, travolsero completamente la mia vita.

Ne parliamo meglio nel prossimo capitolo, se vi va 😊

Che mi dite di voi? Lo avete trovato l'amore della vostra vita? Al primo colpo, ci avete messo un po' o lo state ancora aspettando? Se sì, somiglia almeno un po' all'eroe di un libro? 😀

A presto, 
Cassie 💜

lunedì 12 maggio 2025

Capitolo 4 - "Non puoi scrivere di ciò che non conosci!"

Fin da quando ho iniziato a scrivere, l'ho fatto senza porre alcun limite alla mia fantasia.
Mischiavo reale e immaginario, senza chiedermi se avesse un senso o meno, e del risultato mi importava ben poco, perché il fine ultimo era sfogarmi, divertirmi e coccolarmi.
Ma quando ho deciso di fare sul serio, ho iniziato a pormi delle domande e a documentarmi su tutto ciò che poteva aiutarmi a realizzare quel progetto al meglio.
Tra le tante nozioni imparate dagli esperti in scrittura creativa, sembrava esserci una sorta di comandamento ricorrente: "Scrivi solo di ciò che conosci".

Che dire, amici: se quel che mi serviva per scrivere un buon libro era l'esperienza diretta, non avevo alcuna speranza di riuscire nel mio intento!
Ma andiamo per gradi e dividiamo questo dogma in due punti chiave.

Regola numero 1: le emozioni vissute in prima persona sono fondamentali per dare credibilità alla storia.

Emozioni: ne proviamo così tante, ogni giorno. Io, personalmente, ne cambio una al minuto!
Ma se all'epoca avessi dovuto narrare storie sfruttando solo quelle che effettivamente provavo, avrei dovuto darmi all'horror 😅
Invece avevo scelto di orientarmi sul romance...
Era un dramma: non avevo una conoscenza approfondita riguardo all'amore. Anzi, a dirla tutta, avevo ricevuto un imprinting che lasciava parecchio a desiderare.
I miei genitori erano quella che oggi definiremmo una coppia "tossica". Si volevano bene, a modo loro... Ma un modo ben lontano dall'essere definito equilibrato.
Il loro esempio mi spinse a sviluppare una vera e propria diffidenza verso i sentimenti in generale e il matrimonio, che reputavo una sorta di gabbia dorata.
Tuttavia, avevo un animo romantico che continuava a venire a galla, nonostante tutto... e dovevo trovare un modo per assecondarlo.
Trovai due ottimi escamotage per aggirare l'ostacolo: inventare rapporti idilliaci sulla carta, giusto per sognare a occhi aperti, e innamorarmi solo di ragazzi che mi ignoravano, per sentire le farfalle nello stomaco a distanza di sicurezza.
Le cavie ideali? Gli alunni più grandi di me – perché non mi avrebbero mai degnata di uno sguardo e si sarebbero diplomati in fretta, sparendo per sempre dalla mia vita –, oppure i miei amici. E in quest'ultimo caso, si sa: "La regola dell'amico non sbaglia mai!" Il buon Max Pezzali ce lo ricordava spesso, in quegli anni: non si rischia un bel rapporto per una storia che potrebbe non funzionare.
Era una strategia perfetta: mi struggevo abbastanza da sentirmi viva, alimentavo fantasie nella mia testa fino al punto da ingigantire ogni sensazione... ma all'atto pratico non mi sbilanciavo mai.
Emozioni a metà, quindi: troppo poco, secondo gli esperti, per poter pensare di scrivere un romance completo e credibile.

Regola numero 2: ambientare una storia solo in posti ben conosciuti, per rendere gli scenari vividi e realistici.

Stando così le cose, i miei romanzi avrebbero dovuto essere ambientati nel tratto di strada che andava da casa a scuola, e viceversa 🙈

Mio padre era iperprotettivo e mi teneva sotto una campana di vetro. Vi basti sapere che non mi mandava neanche a scuola, quando pioveva troppo forte, e che andare in gita scolastica al liceo fu un'impresa titanica!

Riuscii a farne due per puro miracolo, e per me fu come evadere da un carcere di massima sicurezza!
Ancora me le ricordo...

Gita di terza: tre giorni a Venezia. Mio padre non ne voleva sapere di mandarmi "da sola" fuori dal suo raggio di protezione. Così, per non farmi perdere quell'occasione, mia zia si offrì di accompagnarmi (ero ancora minorenne e l'accompagnatore era accettato dalla scuola. Stendiamo un velo pietoso sul fatto che fossi l'unica con la guardia del corpo 😑).

Gita di quarta: cinque giorni a Parigi. Dovette chiamare il professore in persona a casa per convincere mio padre a lasciarmi andare, usando la scusa che il viaggio sarebbe stato materia d'esame alla maturità. (Stavolta niente accompagnatore, per fortuna!)

Neanche a dirlo, dalla gita a Venezia venne fuori un romanzo storico ambientato proprio in quella città, con protagonista un affascinante contrabbandiere e una donna di nobili origini; mentre dalla gita a Parigi non nacque nulla, sul momento, ma le emozioni che provai nel passeggiare tra le stradine francesi mi rimasero dentro a lungo... Per poi trovare collocazione molto tempo più tardi. 😉

Se si escludono queste due gite, quindi, e le vacanze estive passate in Piemonte - in una casa nel bosco che oggi rimpiango, ma che all'epoca sembrava solo il giardino della mia abituale prigione -, facevo vita da reclusa. Per questo ambientavo i miei romanzi in luoghi esotici o in grandi metropoli: era il mio modo di viaggiare e scoprire posti nuovi.

Usavo una bellissima enciclopedia per documentarmi ed essere il più precisa possibile, ma di certo non avevo dati di prima mano per rendere vivide le ambientazioni.
Questo avrebbe fatto di me una scrittrice mediocre? Dovevo rassegnarmi ad ambientare ogni storia a Genova, l'unica città che potevo dire di conoscere bene?
La sola idea mi faceva sentire in catene.

Insomma: se per essere bravi scrittori era necessario conoscere a fondo ogni aspetto della storia su cui si vuole lavorare, io non potevo ancora esserlo. Forse mai.

Nonostante non fossi del tutto convinta della correttezza di quei consigli, quelle regole riuscirono a destabilizzarmi.
Diventai fin troppo attenta a ciò che scrivevo e la cosa, inevitabilmente, mi tolse spontaneità. Iniziai a fare le pulci a ogni trama; niente di ciò che prima reputavo valido sembrava più funzionare. Scrivere passò dall'essere un atto istintivo e di pura evasione, a un impegno frustrante che mi rendeva nervosa e insicura. E anche se gli altri sembravano entusiasti di ciò che leggevano, nella mia testa continuava a risuonare quella nuova, insistente vocina che diceva: "Non puoi rendere reale una trama basandoti solo sui racconti altrui e sull'immaginazione. Finché non vivrai una vera storia d'amore, non capirai fino in fondo cosa si prova. E chi ti legge se ne accorgerà".

Comunque sia, non mi diedi per vinta: continuai a scrivere, a volte piena di entusiasmo, altre con l'insana voglia di darmi all'ippica.

E finalmente, nel 2006, conobbi un uomo. Colui che divenne il mio compagno tre anni più tardi.

Se state pensando che da qui partirà il racconto di una storia d'amore incredibilmente romantica... vi sbagliate! 😂
Quella relazione non mi diede gli strumenti necessari per scrivere un romance credibile, come avevo sperato. Portò con sé, piuttosto, qualcosa che non avevo mai pensato di poter sperimentare: il blocco dello scrittore.

Com'è successo? Ve lo racconto nel prossimo capitolo 😉

Intanto ditemi: siete d'accordo sul consiglio degli esperti di scrivere solo di ciò che si conosce? O pensate che rifugiarsi nella fantasia, di tanto in tanto, faccia bene al cuore?
Quali elementi troppo "irreali" detestate in un romanzo?

A presto, 
Cassie 💜