lunedì 8 settembre 2025

Capitolo 11 - "SHOW, DON'T TELL: un concetto da applicare nella vita".

"Scrivo per passione, il resto è in più".
Questa frase è stata la mia bio sui social per molto tempo.
Perché, effettivamente, così la vivevo: avevo sempre scritto solo per passione.
Ho sognato per metà della mia vita di diventare una vera scrittrice, ma forse non mi era ben chiaro cosa significasse.
Ora, però, iniziavo a capirlo... Il che mi faceva venire una valanga di dubbi.

La cover che avevo ideato per il
romanzo, quando ero self.
Ma andiamo con ordine.
Giugno era appena passato e Una notte d'amore a New York era ormai nelle mani dei lettori. Non ebbi molto tempo a disposizione per concentrarmi su quel titolo - forse uno dei motivi per cui l'interesse del pubblico risultò più leggero rispetto a Tutta colpa di New York: non avevo avuto modo di cucire, attorno a Eric e Zoe, un'atmosfera altrettanto coinvolgente.
Del resto, come avrei potuto? Avevo avuto sei mesi di tempo tra le due uscite, con nel mezzo la promozione, le interviste, la stesura di una novella e di un racconto, finire il terzo libro, fare l'editing al secondo...
Poi, quel secondo libro era stato pubblicato e da lì avrei avuto solo altri cinque mesi di tempo per:
- finire di sistemare la storia di Liberty (in uscita a novembre);
- mandarla all'editor (che avrebbe dovuto avere il tempo di leggerla e valutare se c'erano grossi interventi da fare);
- ideare e scrivere la novella ponte (fissata per settembre);
- iniziare un nuovo editing;
- non lasciare indietro i social...
E, nel mentre, lavorare, dormire, magari vivere... 😅 
Una vocina nella testa mi diceva che andava tutto troppo veloce. Non avevo neanche il tempo di assaporare ciò che stavo realizzando.
E io ODIO fare le cose di corsa.
Tuttavia, ormai ero in ballo e dovevo ballare.

A differenza dei primi due romanzi, mi dissero che questo andava tagliato, soprattutto nella parte iniziale.
Panico: ero ancora nella fase in cui ogni parola per me era importante. Come potevo tagliare intere parti di una storia che avevo sudato sangue per scrivere?
Fu allora che compresi davvero il concetto di "show, don't tell": non si trattava di eliminare, ma di trasformare in qualcosa di visivo concetti che io tendevo a raccontare, facendo degli spiegoni infiniti.
In pratica: "Fatti, non parole".
Una volta capito il meccanismo, la storia iniziò a prendere un ritmo decisamente diverso, più fluido. Imparare cose tecniche mi rendeva un'autrice migliore e io ho sempre desiderato spingermi oltre i miei limiti. Leggendo i miei vecchi scritti e confrontandoli con gli ultimi, riuscivo a notare la differenza e questo significava che stavo crescendo. La cosa mi riempiva di soddisfazione.
Ma se da un lato quell'esperienza mi stava formando, aiutandomi a migliorare e a essere più consapevole del lavoro che si nasconde dietro a quest'arte, dall'altro iniziava a far vacillare le mie già esigue sicurezze...

Come dicevo in fondo al capitolo precedente, la cover scelta per il romanzo era già stata spoilerata su un catalogo, e non era di mio gusto. Anche in questo caso, non ci fu modo di far cambiare idea a chi di dovere: la modella restava la stessa, con quegli orrendi occhiali da sole del tutto fuori contesto.
La copertina di un libro, come il titolo, è forse il più importante biglietto da visita per un autore: rappresenta la sua storia, il messaggio che vuole comunicare. Deve calzare alla perfezione, proprio come un abito da sposa.
Mi sembrava davvero assurdo che chi faceva questo mestiere da una vita non si rendesse conto che una cover bruttina rendeva tutto meno interessante.
Forse speravano che il libro si vendesse per l'effetto traino del primo, che ancora stava funzionando bene...?
Probabilmente sì.
Nessun totem o espositore venne esposto nelle librerie, blanda pubblicità sui social, nessuna intervista radio: un inaspettato silenzio dietro a questa uscita, rispetto alle altre due.
Anche la copia cartacea, che nelle edizioni precedenti era stata curata nei minimi dettagli - con tanto di disegni nella cover interna - fu lasciata tristemente spoglia. (E per una pignola compulsiva come me, avere una serie di tre libri, di cui l'ultimo diverso, equivaleva a un prurito cerebrale 😣)

L'orticaria spiegata facile:
Ma Mi sposo a New York piacque molto, per fortuna. Forse chi mi seguiva mi aspettava e basta, fregandosene di strilloni, classifiche o eccessiva sponsorizzazione.
Quella consapevolezza era benzina, per me: chi mi leggeva, lo faceva perché voleva farlo.
Era tutto ciò di cui avevo bisogno.

Ora, però, mi si presentava davanti una nuova sfida, molto più difficile: scrivere un romanzo nuovo.
Perché sì, ne avevo già scritti tre, ma tutti finiti (o già abbozzati) prima che il mio percorso da autrice "ufficiale" iniziasse.
La serie di New York aveva funzionato nella sua interezza forse grazie al successo di Clover e Cade, ma adesso dovevo trovare un'altra idea vincente per stare al passo con le aspettative.
E qui iniziarono i problemi.
Avevo mille idee che mi frullavano in testa, e se fossi stata la vecchia Cassandra avrei iniziato a scriverle tutte, con entusiasmo, come facevo da ragazzina. La nuova me, invece, quella "professionale", doveva ponderare bene le idee e passarle al vaglio della casa editrice. Non potevo permettermi di scrivere qualcosa di inutile, né perdere tempo a sperimentare con la fantasia. La stesura di un romanzo fatto bene richiede tempo, e se in un anno ero riuscita a pubblicare tre romanzi e due novelle era soltanto perché avevo due terzi di materiale già pronto. Ma scrivere un romanzo nuovo di pacca ed essere pronta a pubblicare ogni 6 mesi? Impossibile... A meno di non fare solo quello nella vita, e non era il mio caso.

Non ero sicura di riuscire a mantenere quel ritmo.
E indovinate un po'? Non l'ho fatto!
Il vero motivo per cui frenai la mia corsa alla libreria, però, fu un altro: proposi l'idea per una trama che mi piaceva da morire... e per la prima volta mi sentii rispondere che non erano convinti potesse funzionare.
Inutile specificare che la cosa mi mandò nel pallone più totale.
Fu il momento esatto in cui la mia bolla sognante iniziò a sgonfiarsi e io iniziai a chiedermi se quel mestiere fosse davvero la strada giusta per me.
Nel capitolo successivo vi spiegherò meglio. 😉

Quanto è importante per voi l'eco del marketing per acquistare un libro? Leggete romanzi perché spinti e consigliati da tutti, o entrate in libreria (fisica o digitale che sia) e comprate ciò che vi colpisce in base alla trama, alla cover o al genere?
Io sono rimasta alla scuola pre-social: compro le mie autrici preferite a scatola chiusa, e per le novità mi lascio guidare dall'istinto. Se una cosa va di moda... la scarto a priori 😄

A presto, 
Cassie 💜

2 commenti:

  1. "Forse chi mi seguiva mi aspettava e basta" Non potevi scrivere parole più vere! Io personalmente leggo romanzi in base a quello che mi colpisce di più. È stato così quando ti ho scoperta a suo tempo, mi colpì il titolo del primo libro 😊

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