lunedì 23 giugno 2025

Bonus Track - "Un amore da romanzo".

Non pensavo di dover scrivere un capitolo extra per un libro che non ho mai pubblicato, ma mi sto rendendo conto - narrandovi la mia storia - che quel romanzo è stato parte fondamentale della mia crescita, come autrice e come persona. Vi dirò di più: forse è stato l'inconsapevole capostipite di tutti i miei romanzi successivi.
Qualcuno mi ha chiesto come mai io non abbia mai pensato, una volta approdata in libreria, di dare il giusto lustro a una storia in cui ho creduto fortemente per moltissimo tempo.
Beh, in un certo senso l'ho fatto... Anche se per vie traverse.
Mi spiego meglio.

"Un amore da romanzo" è stato una sorta di contenitore in cui ho riversato ciò che avevo dentro nei primi anni 2000: emozioni, paure, speranze, sogni. Tutto insieme, alla rinfusa. Mi ha emozionato scriverlo - e succedeva la stessa cosa rileggendolo - proprio perché mi riconoscevo quasi in ogni riga.
Ma una storia, per essere ben raccontata, deve avere un filo logico, stabile e credibile, e quella non lo aveva. C'era troppa roba. A partire dai protagonisti, che erano ben quattro!

Avevo ideato la trama insieme alla mia migliore amica del liceo: io mi occupavo di una coppia e lei dell'altra, ognuna con la propria visione dell'amore e delle relazioni.
Spoiler: erano diametralmente opposte!
Il libro era ambientato a Malibu, California. Le due protagoniste femminili - Jane e Natalie - vivevano in una villetta sul mare. Come riuscissero a permettersi una sistemazione simile, svolgendo due lavori sottopagati, resta un mistero 😂
Le loro vite finivano per intrecciarsi con quelle di Daniel e Seth, anche loro amici: il primo era un artista sensibile e praticamente perfetto, il secondo un giornalista mattacchione con un passato complicato.
E già così, i più attenti dovrebbero notare qualcosa di familiare... ma vediamo nel dettaglio.

Jane era una fotografa di giorno, e una cameriera in un pub di notte. (In uno dei sequel diventa una scrittrice).
Eccentrica e logorroica, nonché figlia di un reverendo intransigente e bigotto, ha un fidanzato che soddisfa i rigidi standard paterni, ma che in lei non suscita nulla più di un grande affetto. Incontra Daniel al pub, e un solo sguardo di quel ragazzo è capace di far finire nell'immondizia tutti i severi insegnamenti ricevuti. Lo sguardo, neanche a dirlo, sfocerà in una passione travolgente nell'arco della stessa notte.
Avete colto le reference? 😅
Senza nemmeno rendermene conto, negli anni ho fatto a pezzi il personaggio di Jane per costruirne almeno altri due: il suo carattere è diventato quello di Clover, mentre la sua vita, il padre, il fidanzato precedente e la sua voglia di riscatto sono diventati il mondo di Heaven.
Forse c'è qualcosa di lei anche in Taylor... ad esempio quando ha bisogno di essere salvata da qualche animale strano! 😂

Insomma, Jane Adams è stata la mamma di molte delle mie protagoniste, e mi è sembrato doveroso inserirla in un romanzo: appare, infatti, nell'epilogo di "Mi sposo a New York", anche se con un lavoro diverso. Forse non la ricorderà nessuno, ma è la stilista californiana che ha creato l'abito da sposa di Clover.
Una sorta di staffetta tra protagoniste, con un abito nuziale al posto della fiaccola💗

Passiamo a Natalie: una ragazza audace, sfrontata, ambiziosa e apparentemente sicura di sé. Dopo aver sofferto molto per amore, usa gli uomini solo come passatempo.
Ballerina (ma di danza moderna), amante della moda e del mondo scintillante delle star, nel sequel diventerà un'attrice famosa, con tutti i pro e i contro che quella professione e l'esposizione mediatica comportano. Si innamora di Seth, uomo impegnato, e avvia con lui una relazione clandestina e parecchio complicata.
Il carattere della bella Nat è diventato quello di Zoe, mentre la sua vita patinata mi ha aiutato a delineare il personaggio di Cade.

Ed eccoci a Daniel: il concentrato di almeno tre dei miei protagonisti maschili! 😄
Naturalmente biondo e con gli occhi azzurri, è il mix perfetto tra Ryan e Cade: gentile, simpatico, premuroso, genuino. Un eroe moderno che arriva nella vita della lei di turno per salvarla da un'esistenza piatta e senza amore.
La sua vita professionale, invece, è diventata quella di David: Daniel è uno scultore e non un pittore, ma anche lui è preda di un blocco creativo che la protagonista contribuirà a sciogliere.
Una delle scene che voi avete letto in "Ho voglia di Innamorarmi"- quella in cui David ritrae Heaven sul letto della sua camera - è presa proprio da "Un amore da romanzo".

Infine Seth: un omone di un metro e novanta, ironico, pungente, drammatico, fumatore e con un passato segnato da dipendenze. Un tipo molto lontano dal mio ideale maschile (non era una mia creazione, infatti, come non lo era Nat). Giornalista dalle grandi ambizioni, per molto tempo si accontenta di lavorare per un giornaletto, scrivendo necrologi e articoli di poco conto. Questa sua insoddisfazione professionale è stata poi trasferita su Heaven, mentre il suo sarcasmo ricorda un po' quello di Eric.
Ho citato anche lui nella trilogia di New York, più precisamente nella novella "In amore tutto può succedere": qualcuno forse ricorderà Seth Cooper, il giornalista che scrive l'articolo su Clover, dopo averla conosciuta alla serata di gala a cui partecipa al fianco di Cade. (In quell'occasione fa riferimento alla capigliatura rossa della moglie. Nat, appunto).

Praticamente l'unico a non essere citato da nessuna parte è proprio Daniel, l'uomo che mi ha tenuta aggrappata ai sogni per tutti questi anni 😅
Ma mai dire mai! E poi, forse non era necessario fare un riferimento diretto: lui traspare in ogni pagina in cui viene descritto un uomo meraviglioso, capace di amare in modo sano 💘
Come vi ho già detto, ho scritto due sequel e mezzo di questo romanzo. L'ultimo vedeva protagonisti i figli di Jane e Natalie, ma purtroppo non l'ho mai finito. Alcune situazioni di quella trama, però, sono finite nei miei romanzi pubblicati:

- Una cara amica di Jane somiglia - nell'aspetto e nel carattere - a Liberty, mentre la sua identità è stata associata a una donna che compare nell'epilogo del mio nuovo romanzo (di prossima pubblicazione).
- Il figlio minore di Jane e Daniel si innamorerà della sua migliore amica, situazione che ha ispirato la trama di Una notte d'amore a NY.
- La figlia maggiore di Jane e Daniel si innamorerà di un uomo burbero e squattrinato, che pensa di non meritarla (un po' come è successo a Grace e William, i genitori di Cade).
- La figlia di Seth e Natalie, Gwen, appare al fianco di Cade nella novella "In amore tutto può succedere".
(*)
Insomma, quel libro resta un pozzo senza fondo da cui attingo ancora oggi. Dialoghi, situazioni, location, problematiche, personaggi secondari e comparse: mi è stato utile tutto.
Da un unico, ampio progetto, ho tirato fuori almeno tre libri diversi e sparpagliato dettagli in tutti gli altri. E non è detto che abbia finito... 😁
Senza contare che Jane e Daniel sono stati i protagonisti dei miei primi racconti pubblicati sui blog. Quindi, in qualche modo, il loro momento di gloria lo hanno avuto lo stesso 💛

In conclusione: nulla di ciò che creo finisce per essere buttato o dimenticato. A volte cambia semplicemente forma. I miei personaggi sono un po' come tessere di un puzzle, che posso sistemare dove ce n'è più bisogno.
Se ci fate caso, infatti, cito spesso personaggi di altri romanzi in una storia apparentemente slegata: è un modo per tenere tutto collegato, per dare una tridimensionalità a quel mondo alternativo che ho creato e nel quale mi rifugio quando fuori va tutto a rovescio.

E visto che siamo in tema, una cosa ve la anticipo: nel nuovo romanzo (che spero di far uscire entro l'autunno) ci sono alcuni collegamenti con ben tre libri che molti di voi hanno letto e amato. Curiosi? 😜
Spero di potervene parlare quanto prima!

A presto,
Cassie 💜

(*) Per chi non conoscesse i personaggi citati e volesse associarli ai rispettivi libri, consiglio di cliccare sulla sezione "I miei romanzi" e leggere le trame, per maggiore chiarezza. 😊

lunedì 16 giugno 2025

Capitolo 9 - "Tra sogno e realtà"

Avete mai sentito parlare di congelamento emotivo? Si tratta di una condizione per cui, dopo un trauma, il cervello sviluppa un meccanismo di difesa atto a proteggere una persona dal dolore.
A me è capitato. Il lutto che ho subito da bambina mi ha congelato i ricordi, tanto che i primi dieci anni della mia vita sono avvolti nella nebbia più fitta.
Il problema, però, è che questo meccanismo si ripresenta, puntuale, ogni volta che vivo un'emozione troppo intensa, anche se questa è positiva.
Proprio come quando ricevetti la primissima copia di Tutta colpa di New York.

Arrivò in una shopper bag con la stampa dedicata, che non ho mai avuto il coraggio di usare per paura di rovinarla.
Ricordo a malapena di averlo guardato in silenzio, di aver fatto qualche foto per i social e di averlo riposto nella mia libreria.
Fine. Niente lacrime di gioia, saltelli di felicità o giri di videochiamate per mostrarlo a tutti.
Bello schifo, eh? Sogni una cosa per tutta la vita e quando finalmente si realizza nemmeno te la godi come si deve... 😕
La stessa cosa successe quando il romanzo approdò in libreria.
Mia sorella pianse quando andò a comprarlo. Lei, capite? Il mio compagno, che mi portava a fare il giro delle librerie appositamente per vederlo sugli scaffali, lo prendeva e lo apriva, tutto gasato, nella speranza che qualcuno notasse la mia foto in quarta di copertina e mi riconoscesse.
E io? Silenzio.
"Ma non sei contenta?", mi ripetevano di continuo.
Certo che lo ero... forse troppo! E proprio per questo ero incapace di mostrarlo, restando lì ad assistere a quel successo come se stesse capitando a qualcun altro.
Le copie del mio romanzo erano in vetrina alla Feltrinelli: ci rendiamo conto?! C'erano gli espositori pieni da Giunti, i totem alla Mondadori, i cartelloni nelle altre librerie.
Pura fantascienza, per me.
Nonostante la felicità, preferii prendere ogni cosa con estrema razionalità: le posizioni alte in classifica, la prima ristampa, i commenti entusiasti delle lettrici, la notizia che sarei stata tradotta in Polonia...
Mi ripetevo che era meglio restare con i piedi ben piantati a terra, perché a cadere dal piedistallo ci vuole un secondo.
E poi, in fin dei conti, avevo già ottenuto ciò che volevo. Non mi serviva altro.
So che può sembrare strano, ma io non ho mai cercato la gloria. Non mi interessa essere al centro dell'attenzione; anzi, mi mette a disagio. Fin da ragazzina, quando sognavo di fare questo mestiere, ho sempre detto di voler diventare una scrittrice non famosa. Volevo che i miei romanzi lo fossero, non io. Quello che mi premeva era arrivare al cuore dei lettori, regalando a quante più persone possibile un mondo alternativo e confortevole in cui rifugiarsi nei momenti di bisogno.
Ma se per me era sufficiente scrivere, non avevo fatto i conti con le aspettative altrui.
Iniziarono a chiedermi di partecipare a dirette, rispondere a interviste, organizzare presentazioni, prendere parte a iniziative pubbliche 😰
Un sogno a occhi aperti, per qualcuno.
Per me era un incubo.
Finché si trattava di rispondere a delle domande via email, tutto ok. Ma metterci la faccia e parlare in pubblico? Gesù... Avrei preferito aprire una botola sul pavimento della mia camera e rinchiudermi lì sotto a tempo indeterminato.
Iniziai con il rifiutare le presentazioni: avevo ancora dell'ansia accumulata dall'esame orale di maturità, dove per poco non svenivo davanti alla commissione. Non ce la potevo fare.

Neanche un mese e mi dissero che c'era la possibilità di andare a Roma, nella sede della Rai, per un programma radiofonico.
Impiegarono un bel po' a convincermi, e accettai solo per tre motivi:
1) il programma era registrato e, alla peggio, avrebbero potuto rimediare a un'improvviso attacco di balbuzie, tagliando tutto;
2) temevo di deludere l'editore;
3) essendo in radio, gli ascoltatori non mi avrebbero vista in faccia.

Andai a Roma, andata e ritorno in giornata. Prima tappa: casa editrice. Conobbi dal vivo tutte le persone per le quali stavo lavorando, e mi chiesero di posare per delle foto da postare sui loro canali social.
Per inciso, quelle foto non uscirono mai. La spiegazione che mi diedi? Semplice: ero orrenda!
So di non essere fotogenica: il mio sorriso diventa una paresi appena qualcuno dice "cheese".

Dopo lo "shooting" andammo in Rai.
Era assurdo essere lì, in una sede che di solito vedi solo in tv. Avrei dovuto essere euforica, e invece... Che fatica, ragazzi! Mi sentii un pesce fuor d'acqua per tutto il tempo!
Il programma radiofonico lo presentava Lorella Cuccarini, il mio idolo di ragazzina: bella, simpatica, alla mano. Era esattamente come la vedevi in televisione. E io ero talmente intimidita che quasi non le rivolsi la parola, le strinsi solo la mano.
Il mio intervento durò pochi minuti, per fortuna, ed ero così ansiosa al pensiero di impappinarmi che quasi non respiravo, pur di restare concentrata su ciò che stavo dicendo.
Di ritorno a Genova, nemmeno io pubblicai le foto che fecero durante la puntata, perché mi sembrava brutto associare la mia faccia a quell'esperienza incredibile.

Le famose foto della mia prima
intervista Radio.
Parliamoci chiaro: avevo scelto uno pseudonimo proprio per non mischiare la scrittrice con la persona. Non volevo che tutti vedessero la ragazza banale, poco brillante e neanche particolarmente bella che ero in presenza. La vera me, quella di cui andavo fiera, si poteva trovare solo dentro le pagine dei miei romanzi. Non era necessario contaminarla con una realtà deludente per tutti.
Se tra le pareti di casa, dalla mia famiglia, mi ero sentita rivolgere gli insulti più disparati, cosa potevano pensare di me dei perfetti estranei, senza l'affetto a placarli?
Meglio non pensarci e non rischiare.

Insomma, non me lo sono vissuto troppo bene questo inizio di carriera, non sembra anche a voi? 🙈

Per fortuna, passato il primo mese, le acque tornarono a essere tranquille.
Era ormai Natale, e a giugno sarebbe uscito il mio secondo romanzo. Credevo di avere un po' di tempo prima di essere catapultata di nuovo in mezzo al caos, invece non fu così.
Mi chiesero di scrivere, infatti, una breve novella che facesse da ponte tra Tutta colpa di New York e il libro successivo.
Della serie: battere il chiodo finché è caldo. Il mio nome doveva continuare a girare, dovevo dare alle lettrici qualcos'altro da leggere nell'attesa del secondo volume della trilogia.
A quanto sembrava, sei mesi di silenzio tra un libro e l'altro potevano essere deleteri.

Nonostante l'ansia di dover scrivere "per forza" qualcosa in breve tempo, riuscii a farlo.
La novella uscì il 3 aprile 2014 con il titolo "In amore tutto può succedere".
Pubblicare novelle solo in ebook era una novità, in quel periodo, e non tutti accolsero la cosa positivamente. Anzi, alcuni si lamentarono in modo piuttosto acceso: non trovavano giusto che chi leggeva solo in cartaceo non potesse avere l'opportunità di avere quel breve extra di una storia che a loro era piaciuta così tanto.
Ricordo che rispondevo a tutti spiegando che non era necessario possedere un ebook reader per leggerla, ma bastava un computer o un telefonino (ossia gli stessi strumenti che stavano usando per lamentarsi, lasciando commenti al vetriolo sui social e sui blog), ma per qualcuno si trattava proprio di una questione di principio e non volevano scendere a patti con quella nuova moda.
Naturalmente, addossavano la colpa a me e minacciavano di non leggermi più... Come se io avessi potere decisionale sulle scelte editoriali!
Fu un primo assaggio di ciò che mi aspettava, e mi colse del tutto impreparata.
Avevo sognato per così tanto tempo di far parte di quel mondo! Ma dietro la facciata scintillante c'era molto altro, e non tutto era bello e pulito come avevo ingenuamente sperato.
Ero una novellina che credeva ancora alle favole... ma l'impatto con la realtà era lì, a un passo da me. E presto avrei dovuto aprire gli occhi.

Di questo, però, ne parleremo a tempo debito 😉

A presto, 
Cassie 💜

lunedì 9 giugno 2025

Capitolo 8 - "Dietro le quinte di un sogno".

Avete presente quelle persone decise, che sanno sempre quello che vogliono, come ottenerlo e su quale nuovo progetto stimolante si butteranno subito dopo?
Ecco: non mi somigliano per niente.
Io sono più il tipo di persona che si fa mille seghe mentali prima di prendere una decisione, stila liste dei pro e dei contro, calcola al millesimo le probabilità di fallimento e prova ad anticipare le proprie reazioni in base a qualunque possibile scenario le si presenti davanti.

Fin da piccola ho ricevuto una serie di insegnamenti che, nonostante gli sforzi fatti per non prenderli alla lettera, si sono piantati come chiodi nella mia testa:
  • Non fidarti di nessuno.
  • Le cose che sembrano troppo belle per essere vere, di solito sono fregature.
  • Autocompiacersi è sbagliato: sempre, comunque e in ogni ambito.
Alla luce di ciò, secondo voi, come mai potevo reagire di fronte alla proposta di contratto di una casa editrice, che avrebbe realizzato un sogno e mandato a monte tutte le errate convinzioni della mia famiglia in un colpo solo?
Pensando di rifiutare, ovviamente! 🙈
Proprio così: anziché godermi quel fantastico risultato e sbatterlo in faccia a tutti al grido di "Ce l'ho fatta, ho sempre avuto ragione io, pappappero!", ho iniziato ad aver paura e a chiedermi:
  • Posso fidarmi di questa casa editrice?
  • È tutto troppo bello per essere vero. Dove sta la fregatura?
  • Se accetterò di firmare il contratto, come lo comunicherò alla gente? Sbandierare i propri successi non è carino... penseranno che me la tiro?
Capite? Ero a un passo dal traguardo e ho pensato di fermarmi. Si può essere più stupidi di così?
Per fortuna, qualche santo in paradiso mi ha fermata dal fare una sciocchezza e mi ha fatta rinsavire quasi subito, convincendomi a firmare.
Da quel momento, regnò il caos.

Ricordo un continuo scambio di email, che durò per mesi. C'erano persone da conoscere (editor, correttori di bozze, ufficio diritti, ufficio stampa, addetti al marketing...), documenti da firmare, file da inviare. Avevano voluto, a scatola chiusa, anche gli altri due romanzi della serie, perciò dovevo mettermi d'impegno per terminarli entro un lasso di tempo ragionevole.
Per un attimo tremai: non avevo mai scritto niente "per forza", tanto meno con una scadenza ad alitarmi sul collo. E se mi fossi bloccata di nuovo? Se non fossi riuscita a soddisfare le loro richieste nei tempi previsti? Avrei solo dimostrato che fare la scrittrice era ben diverso dal sognare di esserlo. Forse non faceva per me...
Stranamente, invece, non ebbi problemi. Anzi, scoprii che sottopressione rendevo meglio.

A giugno, entrambi i romanzi erano finiti: pazzesco per una che era stata bloccata per quasi quattro anni, eh?
In attesa di iniziare il mio primo editing, mi misi a scrivere un nuovo racconto per l'ormai famoso blog che aveva segnato il mio battesimo di fuoco come scrittrice, e con il quale collaboravo ancora. Intitolai quella storia "L'alba nei tuoi occhi"... ed ero a un passo dal consegnarla alle blogger, quando scoprii che non potevo farlo senza prima avere una liberatoria firmata. Il contratto mi obbligava a far valutare all'editore ogni cosa che scrivevo e che intendevo rendere pubblica.

Banale esempio di scaletta
Fu allora che realizzai di essere entrata in una nuova fase della mia creatività. Ora, tutto ciò che scrivevo aveva un potenziale valore: non si trattava più di scrivere solo per me stessa.
Il mio approccio alla scrittura cambiò di conseguenza, fin dalla fase di stesura. Non potevo più perdere tempo con storie campate per aria, dovevo imparare a progettare e fare in modo di mandare in valutazione qualcosa che fosse già quasi pronto per un'eventuale pubblicazione.
A venirmi in soccorso furono le scalette, croce e delizia di ogni scrittore. Qualcuno le considera la tomba della spontaneità, altri non scrivono una parola senza prima aver delineato la storia fin nei minimi dettagli.
Io mi colloco esattamente nel mezzo.
Costruireste mai una casa senza le fondamenta? No, se non volete che crolli tutto alla prima folata di vento, giusto?
Una scaletta ben fatta serve esattamente a questo: ti aiuta ad avere le idee chiare su dove collocare i muri portanti della storia, per assicurarti che tutto funzioni a dovere. Avere una visione d'insieme della trama ti permette di non sprecare tempo con buchi o problemi improvvisi a metà stesura - eventualità che causerebbe una sicura battuta d'arresto.
In corso d'opera, poi, tutto può sempre cambiare: sono i personaggi a dettare legge (per quel che mi riguarda, almeno). Ma la struttura di base resta. E se regge quella, sei a metà dell'opera 😉
Tornando al racconto, comunque, l'editore accettò di farlo pubblicare al blog, e la storia di Lexie e Chris ebbe davvero un buon riscontro.
Un anno dopo, venne inserito nell'antologia "Baci D'estate", e in seguito venduto singolarmente in ebook, con il titolo di "Un amore all'improvviso".

E Clover e Cade? 
Beh, loro erano stati ufficialmente ceduti, ormai. Non erano più solo miei: il loro destino, per la prima volta, era in mano a qualcun altro.
Fu una strana sensazione, all'inizio: sono molto gelosa delle mie cose. Ma il pensiero di vederli arrivare in libreria faceva passare tutto in secondo piano.
La nuova edizione era stata programmata per l'autunno, e avrebbe avuto un nuovo titolo: non più "Il regalo più bello" ma "Tutta colpa di New York".
Prima, però, c'era un problema da sistemare: era troppo corto.
Mi dissero di allungarlo di almeno 60000 battute, e poi di metterlo a norma facendo attenzione ad alcune cose: il "POV", lo "Show, don't tell", i "cliffhanger", il "climax"...
Riuscite a immaginare la mia faccia?
Era più o meno così...   👇
Lo dico non senza un pizzico di vergogna: ero davvero ignorante in materia. Non mi ero mai soffermata sulla tecnica, prima di quel momento. A pensarci bene, ancora oggi non so dirvi come ho imparato a scrivere, l'ho sempre fatto d'istinto! E sono la prima a stupirmi del risultato, ogni volta. 😅
Di conseguenza, sbattere la faccia sulle mie mancanze mi fece sentire inadeguata al mio nuovo ruolo, ma mi spinse a mettercela tutta per colmare le lacune. Quando mi sarebbe ricapitato di avere la possibilità di imparare tutte quelle cose sul campo? Dovevo fare tesoro di ogni parola.
Ero cresciuta con le voci della gente che mi ripetevano: "Scrivere non è un vero lavoro!". Invece, altroché se lo era! E io ero decisa a svolgerlo al meglio.

Perciò scrissi tre nuovi capitoli e, guida alla mano, misi a norma tutto il testo.
Poi fu la volta dell'editing vero e proprio. Un'esperienza che ricordo ancora oggi: a tratti dura, sfiancante, capace di mettere alla prova pazienza e sicurezza. Ogni mia frase veniva analizzata; criticata, se necessario. Ma quante cose mi ha insegnato! Ho imparato a guardare ciò che scrivevo con occhio più attento, a mettere in discussione il mio stile, a notare gli errori, a non dare niente per scontato. Certi consigli li metto in pratica ancora adesso, in automatico.

Dopo un paio di settimane, il romanzo era finalmente pronto per il Visto Si Stampi.
La prima bozza di copertina!
A quel punto, fu la volta della cover: non nego di aver pianto come una fontana quando me la inviarono. Non mi importò che la ragazza in copertina avesse i capelli neri anziché rossi (poi feci notare la cosa, e vennero modificati), né che accanto a lei ci fosse un albero in fiore al posto di un albero di Natale (su quello, invece, non ci fu margine di trattativa).
Andava bene tutto, perché quella copertina, con il mio nome, la mia faccia e una frase a effetto sulla fascetta che recitava "Romantico come Notthing Hill, divertente come la Kinsella!" sarebbe finito sugli scaffali di tutte le librerie... e prima di quanto pensassi!
Sarebbe uscito, infatti, il 7 novembre 2013.
Praticamente a un anno esatto dall'inizio della prima stesura💗

A ottobre mi arrivò la primissima copia del libro.
Volete sapere come ho reagito?
Ve lo dirò sicuramente... ma non oggi! 😝

Intanto, che ne pensate? Vi siete mai chiesti cosa c'è dietro la pubblicazione di un romanzo? Volete che ne parli in un altro post, approfondendo alcuni dettagli tecnici? Fatemi sapere se avete curiosità specifiche e vedrò di rispondere a tutte.

A presto, 
Cassie 💜

lunedì 2 giugno 2025

Capitolo 7: "Il regalo più bello".

Chi non ha mai pensato, almeno una volta nella vita, a quanto sarebbe bello avere una fata madrina con la bacchetta, o una lampada magica da cui far uscire un genio?
È umano desiderare di essere aiutati, avere qualcuno che faccia il lavoro sporco per te. Nel mio caso specifico, la casa editrice era la mia lampada di Aladino: io ci mettevo il desiderio - il romanzo - e loro lo esaudivano - portandolo sugli scaffali delle librerie.
Ma le lampade magiche non ti piovono dal cielo. Quindi che si fa?
Beh, o si aspetta ancora... o ci si improvvisa geni.
È così che ho fatto io, quando il mio primo romanzo è stato rifiutato dagli editori.
Proprio in quel periodo stava iniziando a prendere piede il fenomeno del self publishing, grazie alla piattaforma "Kindle Direct Publishing" di Amazon. Sui social lo vedevo nominare spesso e così iniziai a tenerlo d'occhio. Solo per curiosità. Prima dovevo liberarmi dal blocco che ancora mi teneva prigioniera.

Come anticipato, siamo a novembre del 2012 e io già mi preparavo a godere dell'atmosfera natalizia. E a rimanere delusa da essa, come ogni anno.
Cosa mi aspetto dal Natale non lo so nemmeno io. Un po' di neve, magari, o un regalo che mi sorprenda e non esca fuori direttamente dalla lista che spaccio ai parenti; oppure una vigilia passata in casa, con la famiglia riunita e in armonia, anziché il solito ristorante, i sorrisi di circostanza e i regali scambiati nel parcheggio, di fretta, prima di mezzanotte 😑
Ma io ci spero sempre, eh! Puntuale come un orologio, a metà novembre inizio a tirare fuori i miei maglioni natalizi, i cerchietti con le corna da renna, le lucine e le decorazioni, preparandomi a vivere il Natale dei miei sogni.

Quell'anno, le prospettive erano più pietose del solito. Ma io, dopo tanta sofferenza, avevo davvero un estremo bisogno di credere in qualcosa.
Solo l'immaginazione mi poteva aiutare.
Decisi, quindi, di provare a scrivere una storia natalizia e creare da me l'atmosfera perfetta.
Avevo una mezza idea che mi frullava in testa: un'amante del Natale, ottimista e allegra, e un vicino che aveva perso la gioia di godere delle piccole cose. La sentivo convincente, perciò iniziai a ragionarci sopra, provando a costruire una vita intorno a quelle due figure evanescenti.
Lei poteva essere una maestra, oppure una tata. Lui un poliziotto, uno di quelli che hanno visto troppe cose brutte per pensare di apprezzare due stupide lucine colorate.
Li chiamai Jane e Daniel, ossia i nomi dei personaggi del libro rifiutato dagli editori. Ma loro non sembravano molto d'accordo...

Ora vi dirò qualcosa che suonerà pazzoide: io comando la mia creatività solo fino a un certo punto. I personaggi che finiscono tra le pagine dei miei romanzi, sembrano dotati di vita propria, e se non li ascolto, non capisco subito chi sono, cosa vogliono fare o, banalmente, come si chiamano... loro si rifiutano di collaborare! 😖
E quindi no, quei due non erano soddisfatti della vita che gli stavo cucendo addosso. Risultato? Tracciavo due righe sul foglio, e cancellavo. Ci riprovavo, e niente. Qualunque nome o professione scegliessi per loro, non andava bene.
Tornare a scrivere sembrava improbabile. Solo un miracolo poteva aiutarmi.

Successe mentre facevo la spesa.
Avevo un quadrifoglio nel portamonete e lo vedevo ogni volta che prendevo dei soldi. In inglese si chiama "four-leaf clover".
Clover... Mi sembrò un nome pazzesco, strambo al punto giusto e di buon auspicio. Perfetto.
Il trifoglio è anche un simbolo dell'Irlanda, quindi scelsi un cognome di origini irlandesi. Clover O'Brian... suonava bene! E poi era adattissimo ai capelli rossi che la ragazza aveva, e su quel dettaglio non si transigeva.

non badate all'outfit ridicolo,
concentratevi sui capelli che
avevo in quel periodo 😏
Adesso dovevo pensare a lui.
Naturalmente biondo e con gli occhi azzurri: lo dovevo all'uomo che mi era apparso in sogno, restituendomi un po' di speranza. Ma non voleva essere un poliziotto, e non voleva essere salvato dalla ragazza. La sua missione era un'altra.
Clover era ottimista, solare e piena di positività, ma sotto sotto era sola, incompresa, guardata dalla sua famiglia come se fosse un'aliena. E anche se si faceva in quattro per essere al di sopra delle critiche, e non aveva nessuna intenzione di snaturarsi per elemosinare un po' di approvazione, sotto quella maschera batteva il cuore fragile di una ragazza che aveva bisogno di essere vista, amata e apprezzata per ciò che era.
Era lei quella che aveva bisogno di vivere una favola.
Regalarle un vero principe mi sembrava eccessivo. Ma magari una star...
Ed eccolo lì: Cade Harrison, il principe di Hollywood!

Di colpo, tutta la loro storia era nella mia testa.
Iniziai il romanzo la seconda settimana di novembre e dopo poco più di un mese era finito.
Mentre scrivevo, i personaggi secondari iniziarono a parlarmi, ansiosi di ricevere la mia attenzione, e capii che quello non sarebbe stato un libro singolo, ma il primo di una trilogia.
Le voci erano tornate nella mia testa! Lo so, suona folle, ma per me era la sensazione più bella del mondo.
Finalmente non ero più sola.

Ora dovevo solo decidere cosa farne: metterlo in un cassetto e accontentarmi della gioia di aver scritto di nuovo un libro intero? O tentare con il self, in cui continuavo a imbattermi ogni volta che entravo sui social?

Optai per l'ultima.
Non mi aspettavo nulla, volevo solo capire: gli editori avevano rifiutato il romanzo precedente perché non era valido, o ero io a non valere un soldo come scrittrice? Funzionavo solo per brevi racconti, o ero in grado di catturare l'attenzione dei lettori anche con una trama più articolata?
Il self mi avrebbe dato delle risposte. Se fossero state negative, ci avrei messo una pietra sopra e mi sarei accontentata di tenere la scrittura come hobby.

Così provai. Lo revisionai da sola, preparai una copertina e lo misi online il 22 dicembre. La cover non era perfetta, tantomeno l'impaginazione, ma ormai ero in ballo e dovevo ballare.
Lo intitolai "Il regalo più bello", non solo per la trama, ma anche perché tornare a scrivere era stato il mio regalo più bello, quell'anno. E lo firmai con il nome di Cassandra Rocca, perché Cassandra era tutto ciò che sentivo di voler essere.

Pochi giorni dopo ero in top 100 su Amazon, alla posizione 71. Sotto di me, alla 72, c'era Judith McNaught, il mio idolo.
Immaginate la mia faccia nel vedermi sopra di lei! 😱
Il mio sogno era di condividere gli scaffali della libreria con lei e con Nora Roberts (altra autrice che amo follemente), ma essere insieme a loro nelle classifiche digitali andava bene lo stesso. Avevo già vinto.

E poi, tre settimane dopo, entrai su Amazon per controllare se avevo venduto qualche nuova copia, come facevo ogni mattina...
E mi vidi lassù: prima nella sezione "romanzi rosa".

Non capivo come fosse possibile. Io non mi pubblicizzavo sui social, mi vergognavo a inserire la mia umile favoletta in mezzo alle sponsorizzazioni di autrici più in gamba di me. E in famiglia lo sapevano solo in due: mia sorella e il mio compagno. Non lo avevo detto a nessun altro, perché non avrei sopportato sguardi derisori o di pietà qualora fosse stato un flop clamoroso.
E allora come ho fatto ad arrivare lassù?
La parola magica è: Passaparola.
La gente lo leggeva, lo apprezzava e ne parlava, convincendo altre persone ad acquistarlo. Quella era la chiave: nessuna operazione di marketing, solo lettori che avevano voglia di consigliarlo, anche se ero una perfetta estranea e non facevo tendenza.

E poi che è successo?
Beh, a metà gennaio, proprio a causa di quel primo posto in classifica, iniziarono ad arrivare le prime attenzioni serie.
Mi contattarono in tre: un piccolo editore e due case editrici importanti.

La mia reazione? Non quella che tutti si aspetterebbero... Ma vi spiego meglio cosa intendo nel prossimo capitolo 😜

A presto,
Cassie 💜