Fin da quando ho iniziato a scrivere,
l'ho fatto senza porre alcun limite alla mia fantasia.
Mischiavo reale e immaginario, senza
chiedermi se avesse un senso o meno, e del risultato mi importava ben poco, perché il fine ultimo era sfogarmi, divertirmi e coccolarmi.
Ma quando ho deciso di fare sul serio, ho iniziato a pormi delle domande e a
documentarmi su tutto ciò che poteva aiutarmi a realizzare quel
progetto al meglio.
Tra le tante nozioni imparate dagli
esperti in scrittura creativa, sembrava esserci una sorta di comandamento
ricorrente: "Scrivi solo di ciò che conosci".
Che dire, amici: se quel che mi serviva per scrivere un buon libro era l'esperienza diretta, non avevo alcuna speranza di riuscire nel mio intento!
Ma andiamo per gradi e dividiamo questo dogma in due punti chiave.
Regola numero 1: le emozioni vissute in prima persona sono fondamentali per dare credibilità alla storia.
Emozioni: ne
proviamo così tante, ogni giorno. Io, personalmente, ne cambio una
al minuto!
Ma se all'epoca avessi dovuto narrare storie sfruttando
solo quelle che effettivamente provavo, avrei dovuto darmi
all'horror 😅
Invece avevo
scelto di orientarmi sul romance...
Era un
dramma: non avevo una conoscenza approfondita riguardo all'amore. Anzi, a
dirla tutta, avevo ricevuto un imprinting che lasciava parecchio a
desiderare.
I miei genitori erano
quella che oggi definiremmo una coppia "tossica". Si
volevano bene, a modo loro... Ma un modo ben lontano dall'essere
definito equilibrato.
Il loro
esempio mi spinse a sviluppare una vera e propria diffidenza verso
i sentimenti in generale e il matrimonio, che reputavo una sorta di gabbia dorata.
Tuttavia,
avevo un animo romantico che continuava a venire a galla, nonostante
tutto... e dovevo trovare un modo per assecondarlo.
Trovai
due ottimi escamotage per aggirare l'ostacolo: inventare rapporti idilliaci sulla carta, giusto per
sognare a occhi aperti, e innamorarmi solo di ragazzi che mi ignoravano, per sentire le farfalle nello stomaco a
distanza di sicurezza.
Le cavie ideali? Gli alunni più
grandi di me – perché non mi avrebbero mai degnata di uno sguardo
e si sarebbero diplomati in fretta, sparendo per sempre dalla mia
vita –, oppure i miei amici. E in quest'ultimo caso, si sa: "La
regola dell'amico non sbaglia mai!"
Il buon Max Pezzali ce lo ricordava spesso, in quegli anni: non si
rischia un bel rapporto per una storia che potrebbe non funzionare.
Era
una strategia perfetta: mi struggevo
abbastanza da sentirmi viva, alimentavo fantasie nella mia testa fino
al punto da ingigantire ogni sensazione... ma all'atto pratico non mi
sbilanciavo mai.
Emozioni a metà , quindi: troppo poco, secondo gli
esperti, per poter pensare di scrivere un romance completo e
credibile.
Regola
numero 2: ambientare una storia solo
in posti ben conosciuti, per rendere gli scenari vividi
e realistici.
Stando così le cose, i miei romanzi avrebbero dovuto essere ambientati
nel tratto di strada che andava da casa a scuola,
e viceversa 🙈Mio padre era iperprotettivo e mi teneva sotto una
campana di vetro. Vi basti sapere che non mi mandava neanche a scuola, quando pioveva troppo forte, e che andare in gita scolastica al liceo fu un'impresa titanica!
Riuscii a farne due per puro miracolo, e per me fu come evadere da un carcere di massima sicurezza!
Ancora me le ricordo...
Gita
di terza: tre giorni a Venezia. Mio padre non ne voleva sapere di
mandarmi "da sola" fuori dal suo raggio di protezione. Così, per non farmi perdere quell'occasione, mia zia si offrì
di accompagnarmi (ero ancora minorenne e l'accompagnatore era
accettato dalla scuola. Stendiamo un velo pietoso sul fatto che fossi l'unica con la guardia del corpo 😑).
Gita
di quarta: cinque giorni a Parigi. Dovette chiamare il professore in
persona a casa per convincere mio padre a lasciarmi andare, usando la
scusa che il viaggio sarebbe stato materia d'esame alla maturità . (Stavolta niente
accompagnatore, per fortuna!)
Neanche a dirlo, dalla gita a Venezia venne fuori un romanzo storico
ambientato proprio in quella città , con protagonista un affascinante
contrabbandiere e una donna di nobili origini; mentre dalla gita a Parigi non nacque nulla, sul momento, ma
le emozioni che provai nel passeggiare tra le stradine francesi mi
rimasero dentro a lungo... Per poi trovare collocazione molto tempo più
tardi. 😉
Se
si escludono queste due gite, quindi, e le vacanze estive passate in Piemonte - in una casa nel bosco che oggi
rimpiango, ma che all'epoca sembrava solo il giardino della mia abituale prigione -, facevo vita da reclusa. Per questo ambientavo i miei romanzi in luoghi esotici o in grandi metropoli: era il mio modo di viaggiare e scoprire posti nuovi.
Usavo una bellissima
enciclopedia per documentarmi ed essere il più precisa possibile, ma
di certo non avevo dati di prima mano per rendere vivide le
ambientazioni.
Questo
avrebbe fatto di me una scrittrice mediocre? Dovevo rassegnarmi ad
ambientare ogni storia a Genova, l'unica città che potevo dire di conoscere bene?
La sola idea mi faceva sentire in catene.
Insomma: se per essere bravi scrittori era necessario conoscere a fondo ogni aspetto della storia su cui si vuole lavorare, io non
potevo ancora esserlo. Forse mai.
Nonostante non fossi del tutto
convinta della correttezza di quei consigli, quelle regole riuscirono a destabilizzarmi.
Diventai fin
troppo attenta a ciò che scrivevo e la cosa, inevitabilmente, mi
tolse spontaneità . Iniziai a fare le pulci a ogni trama; niente di ciò che prima reputavo valido sembrava più funzionare. Scrivere passò dall'essere un atto istintivo e di pura evasione, a un impegno frustrante che mi rendeva nervosa e insicura. E anche se gli altri
sembravano entusiasti di ciò che leggevano, nella mia testa continuava a risuonare quella nuova, insistente vocina che diceva: "Non puoi rendere
reale una trama basandoti solo sui racconti altrui e sull'immaginazione. Finché non
vivrai una vera storia d'amore, non capirai fino in fondo cosa si
prova. E chi ti legge se ne accorgerà ".
Comunque sia, non mi diedi per vinta: continuai a scrivere, a
volte piena di entusiasmo, altre con l'insana voglia di darmi
all'ippica.
E finalmente, nel 2006, conobbi un uomo. Colui che divenne il mio compagno tre anni più tardi.
Se state pensando che da qui partirà il racconto di una storia d'amore incredibilmente romantica... vi sbagliate! 😂
Quella relazione non mi diede gli strumenti necessari per scrivere un romance credibile, come avevo sperato. Portò con sé, piuttosto, qualcosa che non avevo mai pensato di poter sperimentare: il blocco dello scrittore.
Com'è successo? Ve lo racconto nel prossimo capitolo 😉
Intanto ditemi: siete d'accordo sul consiglio degli esperti di scrivere solo di ciò che si conosce? O pensate che rifugiarsi nella fantasia, di tanto in tanto, faccia bene al cuore?
Quali elementi troppo "irreali" detestate in un romanzo?
A presto,
Cassie 💜
La cosa inizia a farsi appassionante! Non so se mi fa più sorridere sapendo come è andata a finire, o se commuovermi leggendo tra le righe il disagio che hai provato. In parte mi ci rivedo. Aspetto il prossimo capitolo :)
RispondiEliminaGrazie per il supporto, Rosa. Davvero <3
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