lunedì 26 maggio 2025

Capitolo 6 - "Una lucina (di Natale) nel buio".

L'onestà è sempre stata, per me, una virtù fondamentale. Odio le bugie.
Credo derivi dalla mia infanzia e dalla prima volta che mi accorsi che mi stavano mentendo.

Quando mia madre morì, non ce lo dissero subito: volevano proteggere me e mia sorella, suppongo. Io, però, lo avevo capito e continuavo a mettere tutti alla prova, nella speranza che mi dicessero la verità. Non sopportavo di essere presa per stupida.
Fu allora che sviluppai una sorta di rifiuto verso tutto ciò che è finto o che urta la mia intelligenza. Il che valeva sia per le cose serie, che per le sciocchezze... come la storia di Babbo Natale che porta i doni nella notte 😅
Avevo beccato i miei a mettere i regali sotto l'albero, quindi sapevo la verità già da un pezzo. Mia sorella, invece, non lo aveva ancora capito. Avevo tenuto il segreto per un po', ma dopo quanto era successo ero in fase "giustiziere della verità"... Perciò così decisi che non fosse giusto lasciarla vivere nella menzogna: le confessai tutto e distrussi le sue illusioni infantili 🙈 (scusa, sorellina!).

Questo atteggiamento sembrerebbe in pieno contrasto con quello che poi è diventato il mio rifugio per eccellenza, ovvero la fantasia.
In realtà, non è così.
La fantasia non nasconde, né mente: accende una luce laddove le bugie e le delusioni cercano di spegnere ogni speranza.
È così che ho sempre scritto i miei romanzi: non ho mai voluto vendere illusioni. Il mio intento è sempre stato quello di creare mondi in cui sincerità, amore e bellezza possano esistere senza compromessi, plasmando ciò che nel mio cuore sento profondamente vero.

Il blocco dello scrittore che stavo attraversando derivava proprio da questo: non credevo più a niente. La vita mi stava mostrando solo cose negative, togliendomi ogni illusione e facendomi rassegnare all'idea che le cose belle potessero succedere solo nei libri.
Ergo, i libri erano bugie, e io me le stavo raccontando da sola.

Ma quando sognai quell'uomo biondo che mi abbracciava, qualcosa dentro di me iniziò a ribellarsi. Era come se il mio subconscio volesse farmi capire che la mia fantasia e la capacità di credere in qualcosa di bello erano ancora lì da qualche parte, nascoste sotto strati di spazzatura emotiva. E io dovevo tirarle fuori a tutti i costi, se volevo tornare a vedere il mondo a colori.

Mi piacerebbe dirvi che tornai subito a scrivere, ma non fu così. Ero ancora in pieno blackout. Però avevo voglia di immergermi di nuovo nei miei romanzi precedenti, forse nella speranza di risvegliare le emozioni che avevo provato scrivendoli.
La prima storia che tirai fuori dal cassetto fu proprio "Un amore da romanzo"... e lì mi accorsi che la carta stava iniziando a rovinarsi a causa dell'umidità, rendendo l'inchiostro illeggibile in più punti.
Presi anche quello come un segno: il mio "mondo interiore", l'unica parte piacevole della mia vita, stava sbiadendo.
Non potevo permetterlo.
Così comprai il mio primo computer. E lo scelsi rosa: il colore che volevo ridare alla mia anima.

Trascrissi i miei romanzi più importanti su pc, e quel semplice gesto mi portò a focalizzarmi di nuovo su trame, dialoghi, personaggi. Avere il testo su un file rendeva tutto più semplice: spostare intere scene, rendere un capitolo più fluido, modificare i dialoghi... il tutto senza dover inserire fogli voltanti tra i quaderni o riscrivere tutto da capo.
Avevo sempre creduto che scrivere a mano fosse più intimo, più istintivo, ma iniziai pian piano a cambiare idea: usare il computer era più pratico, più veloce e meno dispendioso.
Imparai a usare i programmi di scrittura e smisi di fare ricerche sulle location usando l'enciclopedia. Con internet potevo fare di meglio, come camminare virtualmente per le strade di una città che non conoscevo! Era a dir poco incredibile! Avevo il mondo a portata di mano.

La tecnologia divenne così la mia migliore amica: mi iscrissi a Facebook, entrai in alcuni gruppi dedicati ai libri e iniziai a frequentare diversi blog.
Due di questi - "La mia Biblioteca Romantica" e "Immergiti in un mondo...rosa" - che cito anche nei ringraziamenti del mio primo romanzo - erano frequentati da molte autrici italiane, e parlare con chi era riuscita a trasformare la propria passione per la scrittura in un lavoro mi dava speranza, riavvicinandomi ai miei vecchi sogni di gloria.
Fu proprio il blog "La mia biblioteca romantica" a darmi l'occasione di mettermi alla prova per la prima volta.
In quel periodo - siamo a novembre del 2011 - organizzavano una rassegna di racconti romantici da pubblicare sotto le feste, e l'invio era aperto a tutti.
Decisi di provarci: presi uno stralcio tratto da "Un amore da romanzo", lo trasformai in un racconto di Natale e lo inviai.
Ricordo ancora i commenti delle lettrici, quando venne pubblicato: erano tutti bellissimi! 😍

Commenti sotto un mio racconto, sul blog
"Immergiti in un mondo... rosa!"
Ero davvero felice. Non solo perché la storia e i personaggi erano piaciuti, ma soprattutto per i complimenti al mio modo di scrivere: quella era la cosa che mi importava di più.

Sulla scia dell'entusiasmo, iniziai a pensare che fosse giunto il momento di provare sul serio a realizzare il mio sogno.
In fondo, cosa avevo da perdere? Avevo già smesso di scrivere: ricevere un rifiuto non poteva fare più danno di così.

Revisionai accuratamente "Un amore da romanzo" e, a marzo del 2012, lo inviai a ben tre editori.
I tempi di attesa per una risposta – ammesso che arrivasse – erano di circa sei mesi: un'eternità, per chi aveva appena riposto tutte le proprie speranze nelle mani di perfetti estranei. Ma solo l'idea di aver fatto un passo concreto verso la realizzazione del mio progetto, mi ridiede un po' di forza.

Mentre aspettavo, ci furono altre rassegne di racconti per i blog, sempre con esiti molto positivi, finché non capitai su un sito legato a una rivista di scrittura, la Writers Magazine, sulla quale davano consigli agli scrittori emergenti. Lì scoprii che il fondatore della rivista, Franco Forte, stava raccogliendo brevi racconti d'amore da pubblicare su un'antologia.

Decisi di buttarmi, e fu una vera sfida: le battute richieste erano pochissime, e il massimo della sintesi che ero riuscita a scrivere in vita mia era stato il riassunto della favola di Cappuccetto Rosso in cinque righe. (Ero stata anche l'unica a farlo bene, con tanto di elogio da parte del prof. di lettere😏).
Provai a riadattare qualche vecchia storia, ma nessuna mi convinceva.
Poi, ebbi una folgorazione e scrissi un pezzo di getto. Si intitolava "La farfalla".
Non era un racconto "romantico" nel senso più stretto del termine, ma parlava di libertà, di maturità emotiva. L'uomo della storia paragonava la sua amata a una farfalla, perché lei era - udite udite - una ballerina classica di nome Sophie, che stava per partire per Parigi! (Chissà, magari era la nonna di Nina 😉) (*)
Lo inviai, senza nessuna aspettativa. Inaspettatamente, lo presero.
Era successo davvero: sarei stata pubblicata, su un vero libro da sfogliare!
Non solo: mi ero anche sbloccata. Ok, era solo una paginetta e non un romanzo articolato, ma era pur sempre un inizio.
Il vento stava cambiando, e stava spolverando la mia autostima e le mie speranze. Ero così  presa bene da iniziare a credere che quella benedetta risposta degli editori sarebbe arrivata e sarebbe stata positiva.

Spoiler: non arrivò mai.

Dopo mesi di speranze, dovetti rassegnarmi all'evidenza: il romanzo in cui avevo creduto così tanto non si era rivelato all'altezza di una pubblicazione. 💔
Ero sicura che quei rifiuti mi avrebbero uccisa, dando il colpo di grazia al mio equilibrio già precario. Invece, stranamente, non successe.
Al contrario, iniziai a sentire il bisogno di dimostrare a quei signori che si erano sbagliati di grosso.

Era novembre inoltrato e già si respirava aria di festa. Forse non credevo a Babbo Natale, ma per me il periodo natalizio è sempre stato magico: sarà per l'atmosfera gioiosa (nelle case altrui, eh! Da me sempre e solo liti!), i valori che porta con sé, la musica, i mercatini, le lucine colorate...
Era proprio ciò di cui avevo bisogno: luci, colori e speranza.

La primissima bozza di "Tutta colpa di New York" 💝
Presi carta e penna e decisi che, volente o nolente, avrei scritto qualcosa, anche solo un racconto per la nuova rassegna romantica sul solito blog.
Quel giorno nacque l'idea di base per Tutta colpa di New York🎄
Però no, non era ancora quello che tutti conoscono...
Per arrivare alla libreria, serve almeno un altro capitolo 😉

Se siete curiosi, ci ritroviamo qui la settimana prossima.

E voi che mi dite? Amate il Natale? Credete nel detto "Si chiude una porta e si apre un portone?". Se eravate tra le lettrici di quel mio primo racconto natalizio, battete un colpo 💖

A presto,
Cassie 💜

(*) Per chi non lo avesse letto, il riferimento è al mio ultimo romanzo, "Sotto le Stelle di Parigi".
La nonna di Nina, la protagonista, è una ex ballerina di nome Sophia.
Forse era già nel mio inconscio a quel tempo, chi lo sa? 😊

lunedì 19 maggio 2025

Capitolo 5 - "L'assordante rumore di una pagina bianca".

Immaginate di avere davanti a voi il puzzle della vostra vita, uno di quelli da oltre mille pezzi, così piccoli che solo per separare i bordi dal resto vi viene il mal di testa. Vi ci siete dedicati minuziosamente per giorni, mesi, anni, e iniziate a intravedere la luce in fondo al tunnel.
Poi, di colpo, una finestra si apre e una folata di vento soffia sul tavolo, incasinando tutto.
Ecco, quando mi sono imbarcata nella mia prima relazione sentimentale, mi sono sentita esattamente così.
Ero sempre stata super cauta nel lasciarmi andare all'amore, ma in quell'occasione (non so perché), mi lanciai senza paracadute dall'alto della mia nuvoletta rosa confetto...
E finii dritta sull'asfalto. Di faccia.

Non fu una storia piena di liti o tragedie, sia chiaro. Semplicemente non fu una storia. Eravamo buoni amici, questo sì... ma come coppia non funzionavamo.
Avete presente le Sherbet Homes? Le due case di Santa Monica, una nera e una rosa, sistemate una accanto all'altra?
Ecco, eravamo proprio così: troppa differenza di età, vissuti incompatibili, visioni del mondo diametralmente opposte  e aspirazioni che non si incastravano tra loro.

L'inizio fu decisamente complicato, con una rottura quasi immediata che - con il senno di poi - sarebbe dovuta essere definitiva. Invece, dopo qualche mese, decidemmo di riprovarci. E durò parecchi anni, nonostante tutto, ma sapevamo entrambi che si trattava di un traballante castello di carte.
Non mi servì arrivare alla fine per rendermene conto: mi caddero le fette di prosciutto dagli occhi fin da subito.
La mia visuale della vita cambiò di conseguenza, facendomi concentrare su una realtà di cui ero sempre stata consapevole, ma che forse avevo cercato di ignorare: non conoscevo una sola coppia che vivesse, o avesse vissuto, un amore vero, pulito, equilibrato... degno di un romanzo.
Mio fratello aveva divorziato da poco, le mie sorelle erano invischiate in matrimoni o relazioni che lasciavano alquanto a desiderare, e dei miei genitori ve ne ho già parlato. Poi c'erano le amiche, che trascinavano avanti rapporti per noia o abitudine, e alcune delle famiglie per cui lavoravo, stabili solo di facciata. Perfino mia nonna, con la mente annientata dall'Alzheimer, sembrava ricordare un'unica cosa: il tradimento di mio nonno, avvenuto cinquant'anni prima 🙈
Come avevo potuto essere così ingenua da credere che per me sarebbe stato diverso, che avrei trovato l'amore idilliaco che sognavo?
Forse avevano ragione quelli che denigravano il romance dicendo che illudeva le donne, alzando i loro standard a vette inarrivabili. E io ero la più illusa di tutte, perché non solo lo leggevo, ma lo scrivevo pure!
Pensai che fosse ora di iniziare a essere più realista... e così smisi di leggere romanzi rosa. Ma non di scriverli - o almeno non subito - perché una piccola parte di me restava aggrappata all'idea che amori simili fossero possibili da trovare. E la causa di questa mia convinzione era Danielil mio primo BookBoyfriend.

Era il protagonista di un libro che avevo scritto poco prima di fidanzarmi, intitolato proprio "Un amore da romanzo".
Quel libro incarnava alla perfezione la mia idea di relazione sentimentale, e Daniel era proprio l'uomo dei miei sogni: biondo, occhi azzurri, simpatico, dolce, premuroso... Insomma, perfetto dentro e fuori.
E qui direte: "Ehh, ma dove si trova uno così?". Avete ragione, me lo chiedevo anch'io... Finché non me lo sono trovato davanti.
Ve lo giuro, era pressocché IDENTICO a come lo avevo descritto, e mi lasciò sconvolta vedere in carne e ossa quello che consideravo solo il frutto di una mia fantasia - almeno fisicamente, si intende. Non lo rividi una seconda volta, quindi poteva essere anche uno stronzo patentato, per quel che ne so... ma aveva un sorriso così dolce e dei modi così garbati... 😍
Era stato proprio quell'incontro a mantenere viva la mia sempre più flebile speranza: mi dicevo che se era possibile incontrare uomini come quello semplicemente salendo su un autobus per andare a lavorare, allora tutto era possibile.
Tentai quindi di sfruttare quel ricordo per continuare a scrivere, sperando che rifugiarmi nella fantasia alleggerisse il peso di una realtà tutt'altro che rosea. Ma più passavano i mesi e più mi rendevo conto che qualcosa non andava: le idee c'erano, ma tre quarti di queste non finivano mai sulla carta, e il quarto restante non andava oltre la metà della stesura.
Stavo  perdendo l'entusiasmo.
Decisi allora di scrivere il sequel di "Un amore da romanzo", convinta che la magia di quella storia potesse aiutarmi a ritrovare fiducia e creatività.
In un certo senso funzionò, e i sequel divennero due... quasi tre: un susseguirsi di disgrazie, liti, divorzi, dipendenze e calamità naturali 😖
(Ok, in tutti c'era il lieto fine... ma l'ansia nel mezzo? Vogliamo parlarne?!)

Era ormai palese: la vita reale stava iniziando a contaminare la mia fantasia, trasformando la mia penna rosa brillante in una matita grigio fumo.
Il problema non era più riuscire a rendere verosimile qualcosa che non avevo vissuto, ma cercare di rendere reale, sulla carta, qualcosa in cui non ero più sicura di credere.
La verità è che non serve sperimentare in prima persona ogni situazione, per essere un bravo scrittore: l'immaginazione può colmare i vuoti, se ciò che racconti parte da una base concreta, o in cui credi davvero. Ma se smetti di crederci... beh, a quel punto scrivere diventa puro esercizio stilistico. E allora sì che chi legge si accorge che è tutto finto.

Per farla breve: la mia creatività si affievolì fino a svanire del tutto.
Nonostante gli sforzi, le mie pagine restavano bianche. Dove prima regnava il caos più totale, ora c'era solo uno schifoso encefalogramma piatto.
Per cercare di sbloccarmi, la terapeuta che mi seguiva mi suggerì di provare a scrivere ciò che stavo attraversando. Mettere nero su bianco le mie emozioni mi aveva sempre aiutata, dopotutto.
Decisi di fare un tentativo, ma tenere una sorta di diario segreto a quasi trent'anni non funzionava come quando ero piccola. Dovevo provare a guardare la mia storia da un'ottica diversa.
Trasformai quindi la mia vita in una trama urban fantasy e chiamai la protagonista Cassandra Rocca. Un nome simile a quello vero, ma non reale, così da mantenere il giusto distacco.

Cassie era una ragazza forte, con degli ideali ben saldi e una chiara visione della vita che avrebbe voluto vivere. Ma per raggiungere i suoi obiettivi doveva sfidare le convinzioni errate che la sua famiglia le aveva cucito addosso e tirarsi fuori da una vita che non le apparteneva. Si accorgeva di quanto questo fosse importante solo quando una parte di lei, quella positiva, restava imprigionata in uno specchio, dal quale assisteva impotente al suo alter ego negativo, che faceva a pezzi tutti i suoi sogni semplicemente accontentandosi di una vita mediocre.

Non finii nemmeno quel romanzo, perché il lieto fine mi sembrava pura utopia. E trovare solo tristezza anche tra le pagine di un libro scritto di mio pugno era angosciante.
Trasferire la mia vita su un foglio non mi stava aiutando a vederla in modo diverso, né a capire dove stavo sbagliando: mi stava spingendo ancora più a fondo nel baratro in cui ero lentamente scivolata.
Mi lasciai trascinare giù, tra ansie, attacchi di panico e solitudine. Non avevo più amici, la mia famiglia stava implodendo, nessuno sembrava capirmi. Finii per chiudermi in me stessa, senza sapere a cosa aggrapparmi.

E poi, una notte, sognai un uomo. Anche lui era biondo, attraente, con gli occhi azzurri: somigliava al ragazzo dell'autobus, ma non era lui. Ricordo poco del contesto, ma un dettaglio è impresso a fuoco nella mia mente ancora oggi: il modo in cui mi abbracciava.
In quell'abbraccio c'era tutto ciò che mancava alla mia vita: dolcezza, conforto, protezione.
Al risveglio, mi sentii divisa tra la disperazione di non poter avere accanto quell'uomo e la piccola ma potente convinzione che, dentro di me, ci fosse ancora una fiammella di speranza capace di sconfiggere il buio.

Ancora non lo sapevo, ma quella notte avevo "conosciuto" Cade Harrison 💘

Quanto ci ho messo a realizzarlo? Quasi un anno. Ma il solo fatto che Lui fosse apparso nel mio subconscio diede il via a una sfilza di eventi che, come una valanga, travolsero completamente la mia vita.

Ne parliamo meglio nel prossimo capitolo, se vi va 😊

Che mi dite di voi? Lo avete trovato l'amore della vostra vita? Al primo colpo, ci avete messo un po' o lo state ancora aspettando? Se sì, somiglia almeno un po' all'eroe di un libro? 😀

A presto, 
Cassie 💜

lunedì 12 maggio 2025

Capitolo 4 - "Non puoi scrivere di ciò che non conosci!"

Fin da quando ho iniziato a scrivere, l'ho fatto senza porre alcun limite alla mia fantasia.
Mischiavo reale e immaginario, senza chiedermi se avesse un senso o meno, e del risultato mi importava ben poco, perché il fine ultimo era sfogarmi, divertirmi e coccolarmi.
Ma quando ho deciso di fare sul serio, ho iniziato a pormi delle domande e a documentarmi su tutto ciò che poteva aiutarmi a realizzare quel progetto al meglio.
Tra le tante nozioni imparate dagli esperti in scrittura creativa, sembrava esserci una sorta di comandamento ricorrente: "Scrivi solo di ciò che conosci".

Che dire, amici: se quel che mi serviva per scrivere un buon libro era l'esperienza diretta, non avevo alcuna speranza di riuscire nel mio intento!
Ma andiamo per gradi e dividiamo questo dogma in due punti chiave.

Regola numero 1: le emozioni vissute in prima persona sono fondamentali per dare credibilità alla storia.

Emozioni: ne proviamo così tante, ogni giorno. Io, personalmente, ne cambio una al minuto!
Ma se all'epoca avessi dovuto narrare storie sfruttando solo quelle che effettivamente provavo, avrei dovuto darmi all'horror 😅
Invece avevo scelto di orientarmi sul romance...
Era un dramma: non avevo una conoscenza approfondita riguardo all'amore. Anzi, a dirla tutta, avevo ricevuto un imprinting che lasciava parecchio a desiderare.
I miei genitori erano quella che oggi definiremmo una coppia "tossica". Si volevano bene, a modo loro... Ma un modo ben lontano dall'essere definito equilibrato.
Il loro esempio mi spinse a sviluppare una vera e propria diffidenza verso i sentimenti in generale e il matrimonio, che reputavo una sorta di gabbia dorata.
Tuttavia, avevo un animo romantico che continuava a venire a galla, nonostante tutto... e dovevo trovare un modo per assecondarlo.
Trovai due ottimi escamotage per aggirare l'ostacolo: inventare rapporti idilliaci sulla carta, giusto per sognare a occhi aperti, e innamorarmi solo di ragazzi che mi ignoravano, per sentire le farfalle nello stomaco a distanza di sicurezza.
Le cavie ideali? Gli alunni più grandi di me – perché non mi avrebbero mai degnata di uno sguardo e si sarebbero diplomati in fretta, sparendo per sempre dalla mia vita –, oppure i miei amici. E in quest'ultimo caso, si sa: "La regola dell'amico non sbaglia mai!" Il buon Max Pezzali ce lo ricordava spesso, in quegli anni: non si rischia un bel rapporto per una storia che potrebbe non funzionare.
Era una strategia perfetta: mi struggevo abbastanza da sentirmi viva, alimentavo fantasie nella mia testa fino al punto da ingigantire ogni sensazione... ma all'atto pratico non mi sbilanciavo mai.
Emozioni a metà, quindi: troppo poco, secondo gli esperti, per poter pensare di scrivere un romance completo e credibile.

Regola numero 2: ambientare una storia solo in posti ben conosciuti, per rendere gli scenari vividi e realistici.

Stando così le cose, i miei romanzi avrebbero dovuto essere ambientati nel tratto di strada che andava da casa a scuola, e viceversa 🙈

Mio padre era iperprotettivo e mi teneva sotto una campana di vetro. Vi basti sapere che non mi mandava neanche a scuola, quando pioveva troppo forte, e che andare in gita scolastica al liceo fu un'impresa titanica!

Riuscii a farne due per puro miracolo, e per me fu come evadere da un carcere di massima sicurezza!
Ancora me le ricordo...

Gita di terza: tre giorni a Venezia. Mio padre non ne voleva sapere di mandarmi "da sola" fuori dal suo raggio di protezione. Così, per non farmi perdere quell'occasione, mia zia si offrì di accompagnarmi (ero ancora minorenne e l'accompagnatore era accettato dalla scuola. Stendiamo un velo pietoso sul fatto che fossi l'unica con la guardia del corpo 😑).

Gita di quarta: cinque giorni a Parigi. Dovette chiamare il professore in persona a casa per convincere mio padre a lasciarmi andare, usando la scusa che il viaggio sarebbe stato materia d'esame alla maturità. (Stavolta niente accompagnatore, per fortuna!)

Neanche a dirlo, dalla gita a Venezia venne fuori un romanzo storico ambientato proprio in quella città, con protagonista un affascinante contrabbandiere e una donna di nobili origini; mentre dalla gita a Parigi non nacque nulla, sul momento, ma le emozioni che provai nel passeggiare tra le stradine francesi mi rimasero dentro a lungo... Per poi trovare collocazione molto tempo più tardi. 😉

Se si escludono queste due gite, quindi, e le vacanze estive passate in Piemonte - in una casa nel bosco che oggi rimpiango, ma che all'epoca sembrava solo il giardino della mia abituale prigione -, facevo vita da reclusa. Per questo ambientavo i miei romanzi in luoghi esotici o in grandi metropoli: era il mio modo di viaggiare e scoprire posti nuovi.

Usavo una bellissima enciclopedia per documentarmi ed essere il più precisa possibile, ma di certo non avevo dati di prima mano per rendere vivide le ambientazioni.
Questo avrebbe fatto di me una scrittrice mediocre? Dovevo rassegnarmi ad ambientare ogni storia a Genova, l'unica città che potevo dire di conoscere bene?
La sola idea mi faceva sentire in catene.

Insomma: se per essere bravi scrittori era necessario conoscere a fondo ogni aspetto della storia su cui si vuole lavorare, io non potevo ancora esserlo. Forse mai.

Nonostante non fossi del tutto convinta della correttezza di quei consigli, quelle regole riuscirono a destabilizzarmi.
Diventai fin troppo attenta a ciò che scrivevo e la cosa, inevitabilmente, mi tolse spontaneità. Iniziai a fare le pulci a ogni trama; niente di ciò che prima reputavo valido sembrava più funzionare. Scrivere passò dall'essere un atto istintivo e di pura evasione, a un impegno frustrante che mi rendeva nervosa e insicura. E anche se gli altri sembravano entusiasti di ciò che leggevano, nella mia testa continuava a risuonare quella nuova, insistente vocina che diceva: "Non puoi rendere reale una trama basandoti solo sui racconti altrui e sull'immaginazione. Finché non vivrai una vera storia d'amore, non capirai fino in fondo cosa si prova. E chi ti legge se ne accorgerà".

Comunque sia, non mi diedi per vinta: continuai a scrivere, a volte piena di entusiasmo, altre con l'insana voglia di darmi all'ippica.

E finalmente, nel 2006, conobbi un uomo. Colui che divenne il mio compagno tre anni più tardi.

Se state pensando che da qui partirà il racconto di una storia d'amore incredibilmente romantica... vi sbagliate! 😂
Quella relazione non mi diede gli strumenti necessari per scrivere un romance credibile, come avevo sperato. Portò con sé, piuttosto, qualcosa che non avevo mai pensato di poter sperimentare: il blocco dello scrittore.

Com'è successo? Ve lo racconto nel prossimo capitolo 😉

Intanto ditemi: siete d'accordo sul consiglio degli esperti di scrivere solo di ciò che si conosce? O pensate che rifugiarsi nella fantasia, di tanto in tanto, faccia bene al cuore?
Quali elementi troppo "irreali" detestate in un romanzo?

A presto, 
Cassie 💜

lunedì 5 maggio 2025

Capitolo 3 - "I sogni son desideri... ma i Nani fanno miracoli!"

Quando racconto il percorso che mi ha portata a pubblicare il mio primo libro, lo sento spesso paragonare a una favola... Un po' come se fossi Cenerentola.
"Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente, e il sogno realtà diverrà!".
Ci sta. In fondo, è successo davvero: ho sognato, ho sperato, ho accantonato il presente che stavo vivendo e ho trasformato il mio desiderio in realtà.
Ma essere paragonata a Cenerentola? Proprio no.
Intanto, io non avevo una fata madrina ad aiutarmi, e poi non avrei mai accettato di sposare un tizio che, senza la scarpetta, non avrebbe nemmeno saputo riconoscere la mia faccia!
No, se proprio devo paragonarmi a una principessa, allora direi che sono un mix tra Rapunzel  ansiosa, ingenua e rinchiusa per diciotto anni in una torre – e Belle – amante dei libri e considerata da tutti "strana".
La verità è che alla fine sono diventata Biancaneve. Che poi, pensandoci bene, era anche il mio cartone animato preferito, da piccola...

Biancaneve non ha aspettato che il principe la sposasse, per cambiare la sua triste esistenza, ma è scappata nel bosco e si è rifugiata a casa dei Sette Nani, che l'hanno protetta e confortata fino a quando non ha trovato il suo lieto fine.
E cosa c'entro io con Biancaneve? Al massimo credevo di somigliare a Brontolo! 😁
Beh, per farvi capire cosa intendo, devo fare un passo indietro, fino al mio primo approccio con il lavoro.

Come anticipato alla fine del capitolo precedente, non fu facile trovarne uno. E la colpa, ovviamente, era da imputare solo a me, alla mia timidezza e alla scuola ""inutile"" che avevo scelto di frequentare (il Liceo Artistico, ma di questo parleremo più avanti).
Siccome i soldi non crescevano sugli alberi, non mi restò che accettare quel che passava il convento. Vedermi impacciata nello svolgere mestieri che non mi rappresentavano, però, aumentò solo la mia già enorme insicurezza. Ero una piccola, puntigliosa perfezionista, desiderosa di dimostrare il proprio valore, e non riuscire al meglio in qualcosa mi destabilizzava.
Ma cosa avrei potuto fare? Sapevo solo scrivere, disegnare e avevo attitudine per la musica: tutte cose che, secondo chi mi circondava, non servivano a niente.
Lavorare a contatto con il pubblico? Non proprio il massimo, per un'introversa come me (ricordo ancora i miei tre giorni come commessa in una gelateria: un incubo!). Qualcosa che avesse a che fare con la matematica e le lingue? Già è tanto se ricordo le tabelline, e "The cat is on the table" è il massimo a cui posso arrivare... sempre che non mi si chieda di pronunciarlo.

I miei primi cellulari 😀
La tecnologia? Beh... Premettendo che ho avuto il primo telefonino a sedici anni – con il quale potevo solo telefonare, mandare sms e giocare a Snake –, il computer era una scatola misteriosa, per me. Al massimo potevo farmi pagare per giocare con il Commodore 64 😅
(Ve lo ricordate "Bubble Bobble?" Adoravo!)

Insomma, mi venne spontaneo iniziare a credere che avesse ragione la mia famiglia: i miei talenti erano "fuffa" e, di conseguenza, anch'io valevo quanto i soldi del Monopoli.
Quel pensiero mi entrò in testa giorno dopo giorno, tipo tortura della goccia d'acqua.

A ventun anni, non avendo ancora trovato nulla di stabile, mio padre disse che avrebbe fatto in modo di farmi assumere nella ditta in cui lavorava lui (e tre quarti dei restanti parenti).
Quello che mi si prospettava, dunque, era trovarmi h24 in mezzo a persone che non credevano in me, non mi capivano e mi avrebbero tolto (senza rendersene conto, per carità!) anche l'unica cosa alla quale restavo aggrappata con le unghie e i denti: la voglia di sognare.
Rifiutai, con sommo orrore generale, decisa a sbrigarmela da sola. Peccato non avessi la più pallida idea di come fare.

Per fortuna, mi capitò tra le mani un lavoretto "facile", uno di quelli che anche una come me sarebbe stata in grado di svolgere: fare da baby-sitter a un bimbo di sette anni.
Colsi al volo l'occasione, pur non credendo di essere portata: come potevo prendermi cura di un piccolo essere umano, se io per prima non ricordavo cosa volesse dire essere bambini? E poi, a malapena sapevo badare a me stessa!
Pensavo che sarei durata due giorni e che il bambino mi avrebbe detestata.
Invece mi adorò, e rimasi con lui per sei anni.

Quel lavoro mi restituì tutto ciò che sentivo di aver perso crescendo: la mia personalità, un po' di indipendenza e l'opportunità di riprendere contatto con la mia bambina interiore  una parte che nessuno dovrebbe mai perdere, tanto meno prima del normale.
Ma, soprattutto, mi ridiede fiducia in me stessa.
Tutti i miei talenti artistici, così insulsi per alcuni, attraverso gli occhi dei bambini tornarono a essere meravigliosi: inventando storie, disegnando, sfruttando al massimo la mia creatività, io riuscivo a trasmettere gioia!
Forse non ero così inutile, dopotutto.

"Certo, è facile farsi lisciare l'ego da un marmocchio che a malapena sa allacciarsi le scarpe da solo", direbbe qualcuno. Beh, vorrei ricordare che, se non fosse stato per una bambina, forse Harry Potter non sarebbe mai stato pubblicato 😏

Ecco spiegato il perché dico di essermi trasformata in Biancaneve: anch'io sono fuggita da una situazione che mi avrebbe "uccisa" (metaforicamente parlando) e mi sono rifugiata dai nanetti. E parlo al plurale perché, dopo quella prima esperienza, ho deciso di proseguire su quella strada, diventando un'educatrice (mestiere che svolgo tuttora).

Ogni bambino conosciuto in questi ventidue anni ha messo un bel cerotto  di quelli carini, con i pupazzetti!  sulla mia autostima a brandelli.
Non solo. Quei piccoletti mi hanno anche insegnato una cosa fondamentale: non è necessario essere perfetti per essere amati.

Forse, la prima vera lezione sull'amore me l'hanno data proprio loro.

A questo punto, ritrovata un po' di fiducia nei miei mezzi, vi starete chiedendo quanto ci ho messo a concretizzare il mio progetto di diventare una scrittrice.
Beh... quasi dieci anni! 😂
Il motivo? Secondo gli esperti mancavo di esperienza.

Ma cosa intendo ve lo spiego meglio nel prossimo capitolo 😊

Intanto, aspetto i vostri commenti! 💭
Che lavoro fate? Ne siete soddisfatti o avevate altre aspirazioni? Se ci sono dettagli su questa storia che vorreste fossero approfonditi, fatemi sapere!

A presto,
Cassie 💜